val di noto barocco

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val di noto barocco

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Il testo riportato sulla targa che ricorda il riconoscimento Unesco Le città tardo barocche del Val di Noto (Sicilia sud orientale)

Le otto città della Sicilia sud orientale Caltagirone, Catania, Militello Val di Catania, Modica, Noto, Palazzolo Acreide, Ragusa e Scicli, sono state ricostruite dopo il terremoto del 1693 nello stesso luogo o nelle vicinanze dei siti distrutti.
Esse rappresentano un'importante iniziativa collettiva, portata a termine ottenendo un lodevole livello artistico ed architettonico.
Completamente conformi allo stile tardo barocco dell'epoca, le città hanno apportato delle interessanti innovazioni nel campo dell'urbanistica e dell'architettura.
Giugno 2002




Val di Noto e le città barocche

Val di Noto è denominazione che risale all'epoca araba, quando la Sicilia era divisa in tre valli, le altre sono quelli di Mazara e Demone. Corrisponde alla parte sud-orientale dell'isola.

Tutta la zona, dopo i primitivi insediamenti arcaici greci e romani, fu interessata da dominazioni normanne, sveve, aragonesi e spagnole, fino al 1693, quaqndo un catastrofico terremoto rase letteralmente al suolo intere città dell'isola.


 

Città della ceramica, grazie all'abbondanza di argilla della zona . Dai modelli locali si passa a quelli di influsso greco ed alla lavorazione al tornio, introdotta dai Cretesi, fino all'arrivo degli Arabi (IX sec.) che introducono motivi orientali e la tecnica dell'invetriatura. Con la dominazione spagnola si modificano i gusti e le committenze. La decorazione è monocromatica (blu, bruna) a motivi floreali. Oltre alla produzione di vasellame, a Caltagirone si progettano anche rivestimenti per ornare cupole, facciate di chiese, palazzi e pavimenti. Grandi artisti sono attivi tra il Cinquecento ed il Settecento.

Asse principale di Caltagirone è la lunga via Roma che, tagliando in due la città, arriva fino ai piedi della famosa scalinata di S. Maria del Monte, sua continuazione ideale. Lungo la via si affacciano alcuni tra gli edifici più interessanti, con numerosi esempi di decori in maiolica. I 142 gradini in lava della scalinata sono decorati, sull'alzata, da belle formelle in maiolica policroma. Sulla Piazza Umberto I sorge il Duomo, edificio barocco che ha subìto notevoli rimaneggiamenti, tra i quali il più rilevante è la sostituzione della facciata agli inizi del '900. Tra i monumenti da non perdere, la chiesa del Collegio o del Gesù, la chiesa dei Cappuccini Nuovi, S. Maria del Monte, alcuni bei palazzi, tra cui Palazzo della Magnolia, dall'esuberante e ricca decorazione floreale in terracotta, il Museo regionale della Ceramica, la Villa comunale con il Teatrino.

La seconda città della Sicilia è luogo illustre della storia delle lettere patrie e della musica. L'Etna, dal profilo solenne, è nel paesaggio della città e nel suo destino; ne dipese la fertilità della campagna che attrasse i fondatori calcidesi; ne vengono le lave nere di cui sono fatti l'anfiteatro romano, la Cattedrale medievale, i palazzi barocchi; imperscrutabile gigante, spinse una volta (1669) a lambirla il magma, scorrente inarrestabile fino al mare. Katane fu tra le prime colonie greche della Sicilia. Sottomessa e ripopolata dai siracusani, fu conquistata dai romnai nel 263 a. C. Dopo gli Ostrogoti di Teodorico la tennero i bizantini sino all'avvento degli arabi nel sec. IX. La conquista normanna segnò il ritorno al latifondo e impoverì la città. Grandi beneficiari del feudalesimo furono i Benedettini il cui potere fu ridotto solo in epoca Sveva. Seguì poi la dominazione degli aragonesi e degli spagnoli, la cui età fu segnata da grave crisi economica, culminata nel sec. XVII con le due grandi sciagure dell'eruzione del 1669 e del terremoto del 1693.
Militello in Val di Catania
Si narra la fondassero i soldati di Marcello durante l'assedio di Siracusa (241 a.C.), dandole il nome di Militum Tellus, Terra di soldati. Probabilmente ha avuto origine da un casale bizantino, come testimoniano le numerose grotte con residui di affreschi sacri nei suoi dintorni. L'abitato sta tra le colline basaltiche degli Iblei, in parte franato per il terremoto del 1693, poi ricostruito.

Il principale fautore del rinnovamento della città è l'architetto Giovanni Battista Vaccarini (1702-1768): il barocco domina a Catania e spesso cela alla vista i segni che la storia precedente ha lasciato. Catania è anche la patria del musicista Vincenzo Bellini (1801-1835) e dello scrittore Giovanni Verga (1840-1922).

Piazza del Duomo è il punto di confluenza dei principali assi cittadini e deve il suo armonioso aspetto barocco agli edifici che la delimitano. Al centro spicca il simbolo della città, la celebre fontana dell'Elefante che utilizza un elefante lavico di età romana e un obelisco egizio, sormontato dai simboli di Sant'Agata, patrona della città. Il Duomo, dedicato alla patrona, è stato edificato alla fine dell'XI sec. dal normanno Ruggero I, ma rifatto dopo il terremoto deI 1693. Da vedere la chiesa di Sant'Agata, la via Garibaldi con i suoi palazzi settecenteschi, la via dei Crociferi, il Castello Ursino, il Museo Civico, il Museo Belliniano, il Monastero di S. Nicolò l'Arena, l'Anfiteatro, il Palzzo Biscari.

È posta alle pendici meridionali degli Iblei, in provincia di Ragusa, la città alta sul cuneo di un altopiano, la bassa ad avvolgerla nell'invaso di due torrenti, oggi coperti. La ricostruzione dopo il terremoto del 1693 ha determinato l'aspetto barocco della città e vi ha inserito un gioiello di architettura: la scenografica facciata settecentesca di S. Giorgio, attribuita al siracusano Rosario Gagliardi. In via Posterla si trova la casa natale di Salvatore Quasimodo.

La chiesa di San Giorgio è un monumentale esempio dell'arte barocca siciliana. Modica Alta mostra belle chiese e numerosi palazzi, come quello di Tommasi-Rosso, dal vasto portale lavorato in pietra e splendidi balconate in ferro battuto, sostenute da terrazze con maschere tipiche barocche.
Palazzo Polara, situato a fianco della cattedrale di San Giorgio, esempio imponente di barocco siciliano.
In Piazza Pola, la Chiesa di San Giuseppe presenta una facciata molto simile a quella della Basilica di S. Giorgio, poco lontano si trovano Palazzo Cosentini e Palazzo Bertini.

Un altro edificio che merita di essere visitato é la Cattedrale di San Giovanni Evangelista, la chiesa in forme barocche tra i primi decenni del Settecento ed il 1839, il prospetto fu lievemente lesionato dall'ulteriore sisma del 1848, il che portò alla decisione, nel 1893, di modificare ulteriormente la facciata, dando forma a quella definitiva di fine Ottocento[16], in stile neoclassico, simile al prospetto della Collegiata di Catania

In una regione in cui abbondano olivi e mandorli, Noto è un piccolo gioiello barocco arroccato su un altopiano che domina la valle dell'Asinaro, il terremoto del 1693, che in questa parte di Sicilia portò distruzione morte, ma diede impulso alla ricostruzione. L'antica Noto è a una decina di chilometri a nord-ovest, le rovine sommerse nella vegetazione.

Noto antica
Percorrenza Km 25. Durata visita: ore 4.
Dal centro storico di Noto si procede verso la zona collinare di San Corrado fuori le mura, superato lo stupendo santuario della Madonna della Scala, a circa 3 Km. si ammirano il monte Alveria e le possenti mura cinquecentesche di Noto Antica. Il primo insediamento umano si fa risalire alla cultura castellucciana, ossia all’Età del Bronzo Antico (XVIII - XV sec. a.C.). Dalla stradina, prima di arrivare al piccolo ponte sul torrente Salitello, si può ammirare la necropoli sicula appartenente, secondo il Bernabò Brea, al quarto periodo (730 - 650 a.C.), chiamato del Finocchito, caratterizzato da tombe scavate nella roccia a cameretta e con cuscino lapideo per un rito che prevedeva la deposizione di un corpo per singola tomba o al massimo di tre corpi. Sempre lungo il banco roccioso di destra, prima di arrivare alla porta della Montagna, si possono visitare la Grotta del Carciofo, catacomba ebraica che riporta il candelabro a sette bracci, e l’ampia Grotta dalle Cento Bocche, catacomba bizantina. Varcata la Porta d’entrata dell’antica Noto, a sinistra si apre un grande ambiente incorporato dalle mura, che era la Sala d’Armi con le scuderie, a destra si eleva il Castello con la Torre Maestra voluta nel 1431 dal Duca di Noto Don Pietro d’Aragona, feudatario della Città e fratello del Re Alfonso V il Magnanimo. Sotto il castello si può visitare una catacomba cristiano-bizantina con arcosoli, scavata nella roccia (VI - VII secolo); subito dopo, sempre a destra, si trova una tomba greco-classica, scavata sotto il Castello. Al culmine della salita si può ammirare la Valle del Carosello, dove nasce l’Asinaro, e sotto la montagna vi sono le Concerie delle pelli scavate dagli Arabi. Lungo la strada, a sinistra si apre il sito dell’Ospedale di S. Martino, più conosciuto come Ospedale di S. Maria di Loreto, collegato ad una struttura scavata nella roccia, forse un Oratorio. Procedendo ancora nel nostro viaggio dentro la Noto Antica, si arriva al palazzo dei baroni di Belludia con i suoi vari ambienti, sulla destra, mentre a sinistra, di fronte si scorgono i pilastri della Chiesa gesuitica con i ruderi del Collegio, voluto dal barone di Buxello Don Carlo Giavanti, filantropo.
E’ una bella passeggiata quella che ci conduce alla Piazza Maggiore, il cuore della città nel Cinquecento, sito abbellito da artistiche fontane, e in particolare da quella con la statua del Laocoonte, opera pregevole dell’architetto netino Don Giovanni Manuella, disegnatore dell’Arca argentea di S. Corrado. A destra si trova un altarino con edicola realizzato a ricordo dell’Antica Città. Dalla Piazza Maggiore si gira a sinistra ed in seguito sempre a sinistra, percorrendo circa 270 metri, si arriva al Ginnasio ellenistico-jeroniano (III sec. a.C.), dove i giovani netini si esercitavano nelle attività ginniche: la struttura era stata, in parte, scavata nella roccia e in parte completata in muratura. L’architrave del Ginnasio riportava la dedica al re siracusano Ierone II e fu rinvenuta e censita dallo studioso tedesco Georg Kaibel, epigrafista, fu asportata nel 1894 a cura del Comune di Noto, ed è esposta nel Museo Civico. Il visitatore, sulla sua destra in basso, troverà le ultime assise delle mura megalitiche ellenistiche, portate alla luce dall’archeologo netino Vincenzo La Rosa, nel 1972. Nell’area sud-orientale del monte, negli Orti del Carmine, si possono visitare due grandi ambienti scavati nella roccia nel III sec. a.C. ed utilizzati come Heroa, un culto orientale degli eroi domestici, e rilevabile nelle nicchie scavate nella roccia ad edicole e coperte con le "pirakes", tavolette votive, in marmo scolpito o in legno dipinto, studiate dal prof. Gioacchino Santocono Russo.
Ritornando nella Piazza Maggiore, si prosegue diritto fino all’Eremo di S. Maria della Provvidenza (1723), dal quale si può ammirare la Valle del Durbo o dei Platani. La chiesa è piccola, graziosa e a navata unica.

I palazzi sono maestosi, tutti costrui nella pietra calcarea locale, tenera e compatta, candida e rosata alla luce del tramonto. La città viene costruita come se fosse una scenografia, giocando con le linee e le curvature delle facciate, con le decorazioni delle mensole, i riccioli e le volute, i mascheroni, i putti, i balconi dai parapetti in ferro battuto. L'asse principale è corso Vittorio Emanuele, scandito da tre piazze in ognuna delle quali si trova una chiesa: S. Francesco all'Immacolata, preceduta da un'imponente scalinata, il Monastero dei SS. Salvatoreo, il Convento di S. Chiara. Piazza Municipio è la più maestosa e movimentata delle tre piazze: si di essa si erge la Cattedrale dall'ampia facciata, scandita da due campanili, che lascia intravedere i resti della cupola, purtroppo crollata nel 1996. Ai lati della cattedrale il Palazzo Vescovile (XIX sec.) e Palazzo Landolina di Sant'Alfano, sul lato opposto le armoniose linee curve di Palazzo Ducezio.

L'area archeologica del Castelluccio
 
Lasciando Noto Antica, s’imbocca, a sinistra, la strada provinciale per Testa dell’Acqua, agglomerato rurale a 4 Km. di distanza, quindi si imbocca la strada per Rigolizia, e dopo 3 Km. si vede la segnaletica turistica per l’ex-feudo del Castelluccio, già dei marchesi Di Lorenzo. In questo sito, nell’Età del Bronzo Antico, si registrò l’insediamento di un villaggio preistorico sulla sella dello sperone roccioso. La zona, denominata Cava della Signora, fu esplorata da Paolo Orsi sul finire dell’Ottocento, scavando nel sito del villaggio e nell’area degli scarti del materiale artigianale preistorico. Ai lati del monte si apre una vasta necropoli, interessante per le tombe a grotticella artificiale o a forno, dove, secondo il rito del tempo, venivano seppelliti i defunti con i corredi funerari, costituiti da vasi di terracotta a bande scure sullo sfondo chiaro (boccali, bicchieri campaniformi, fruttiere con il gambo alto, orci, vasetti per unguenti), collane di giada, asce di pietra, coltelli litici con manico d’osso lavorato a globuli ed intarsiato, ossidiana.
Di rilevante importanza per l’artigianato artistico fu il ritrovamento di portelli decorati a spirale, che simboleggiavano la fertilità. Interessante è la visita alla tomba a pilastri lungo il costone roccioso sotto il sito del villaggio, probabilmente la tomba di un capo villaggio. I materiali rinvenuti sono esposti nel Museo Archeologico Regionale "Paolo Orsi" di Siracusa.

Di fronte al cancello degli scavi, tramite una scaletta si giunge ad una struttura, una sorta di vestibolo dell’Oratorio bizantino, chiamato Grotta dei Santi. La grotta, scavata in periodo bizantino, presenta una pianta circolare con al centro un pilastro che regge il soffitto, alto 2 metri. All’interno si trova un ciclo pittorico che va dall’VIII secolo fino al Cinquecento. Tra gli affreschi eseguiti sul pilastro è pregevole quello della Madonna, significativo il Gesù Crocifisso, tra immagini sbiadite a causa dell’umidità della parete.
Ancora più giù si può visitare la catacomba detta del Ciclope, al cui esterno si rilevano resti di tombe paleocristiane.
Ripercorrendo la medesima strada per Testa dell’Acqua, giù verso la Serra del Vento, sulla strada per Noto, ci si imbatte nella stradina del Finocchito, villaggio siculo risalente al IV ed ultimo periodo siculo (730- 650 a.C.).

Noto

www.valdinoto.com

La presenza dell'uomo risale al III millennio. Ibla, ovvero Hybla Heraia, fu roccaforte dei siculi, arretrati nell'interno per la colonizzazione greca sulle coste. Oggi Ragusa Inferiore o Ibla , è la parte orientale della città, allungata tra due ripidi valloni alle pendici meridionali dei monti Iblei; il suo aspetto è barocco si deve all'intervento dell'architetto siracusano Rosario Gagliardi, dalle rovine del terremoto del 1693. Più a ponente sta Ragusa Superiore, la città settecentesca che la nobiltà agricola di recente formazione volle, in ordinata scacchiera, dopo la stessa sciagura e i successivi ampliamenti, gli ultimi favoriti dallo sfruttamento delle miniere di asfalto, scoperte nel 1898,e in seguito dal petrolio.

La visita della città può cominciare con la visita della Basilica di San Giorgio esempio imponente di barocco siciliano, dall'insieme straordinariamente armonioso. In Piazza Pola, la Chiesa di San Giuseppe presenta una facciata molto simile a quella della Basilica di S. Giorgio, ed è per questo attribuita al Gagliardi. Da vedere ancora la Chiesa di Sant'Antonio, la Villa Comunale o Giardino lbleo, ben curato, ampio e panoramico. Poco prima dell'ingresso sorge la Chiesa di San Giorgio Vecchio con un bel portale in stile gotico-catalano. Poco distante sorge la Chiesa in via XXIV Maggio. Dal terrazzo antistante la Chiesa di Santa Maria delle Scale si dipartono i circa 250 gradini che, a rampe, portano a Ragusa lbla. Qui, nell'antico nucleo cittadino, si incontrano la settecentesca Chiesa di Santa Maria dell'Idria, Palazzo Cosentini e Palazzo Bertini.

I monumenti del tardo barocco di Ragusa 18 riconosciuti dall'UNESCO :

S. Maria delle Scale

Palazzo Battaglia

S. Filippo Neri

Chiesa S. Giovanni Battista La maestosa facciata, divisa in cinque partiti da grandi colonne, è arricchita da tre portali: quello centrale è ornato da colonne e statue di pregevole fattura che rappresentano l'Immacolata, il Battista e San Giovanni Evangelista. Davanti si apre un ampio sagrato, sopraelevato rispetto alla piazza sottostante e cinto da una balaustra in pietra pece costruita nel 1745. Nel partito centrale si trova il portale d'ingresso, affiancato da due coppie di colonne riccamente scolpite, che reggono un timpano spezzato; ai lati le statue di San Giovanni Battista e San Giovanni Evangelista e, al centro, in una edicola, la statua dell'Immacolata. Nel secondo ordine, più modesto rispetto al primo, risaltano due grandi orologi solari datati 1751 (quello a sinistra misura il tempo in "ore italiche": dal tramonto al tramonto; quello a destra in "ore francesi": da mezzanotte a mezzanotte).
Sul lato sinistro del prospetto svetta il campanile che si innalza per circa cinquanta metri. L'interno, a croce latina, con presbiterio absidato, è in pietra pece, oggi intonacato, con capitelli riccamente scolpiti dal capomastro Carmelo Cultraro nel 1731 e successivamente dorati. Sopra le colonne si trovano grandi cartigli con i versetti della Sacra Scrittura che si riferiscono a Giovanni il Battista, scolpiti nella pietra calcarea da Crispino Corallo nel 1741, a cui successivamente vennero aggiunti gli angeli in stucco. Tra il 1776 e il 1777 Giuseppe Gianforma ed il figlio Gioacchino decorarono con pregevoli stucchi dorati di gusto rococò le volte delle navate e del presbiterio e nelle pareti dei transetti realizzarono delle grandi nicchie circondate da statue. A sinistra le Virtù teologali (Fede, Speranza e Carità) fanno da cornice alla Crocifissione mentre a destra le statue dell'Eterno Padre adorato dagli angeli circondano una tela raffigurante l'Adorazione dei Pastori, di scuola napoletana della metà del XVIII secolo.
All'incrocio del transetto con la navata centrale, nel 1783, venne innalzata la cupola. Nella prima metà del secolo XIX gli altari delle navate laterali originariamente in pietra calcarea riccamente scolpita e dorata, opera degli intagliatori ragusani della famiglia Cultraro, sono demoliti e trasformati in piccole cappelle. Nel 1848 viene realizzata la caratteristica pavimentazione costituita da lastre di pietra pece con intarsi in calcare bianco, mentre nel 1858 è costruito il grande organo "Serassi", con la sua monumentale cantoria in legno scolpito e dorato, oggi posta sopra la porta maggiore.

Palazzo Zacco

Palazzo Sortino Trono

S. Maria del Gesù

S. Francesco all'Immacolata

Palazzo Bertini

Chiesa del Purgatorio

Palazzo della Cancelleria

S. Maria dell'Itria

Palazzo La Rocca

Duomo di S. Giorgio Del progetto venne incaricato nel 1738 Rosario Gagliardi, architetto di Noto, uno dei protagonisti della ricostruzione barocca, dalla monumentale facciata a torre che ingloba il campanile nel prospetto e termina con una cuspide a bulbo, richiamando i tabernacoli lignei, seicenteschi, delle chiese cappuccine. La collocazione della chiesa al termine di un'alta scalinata e la posizione obliqua rispetto alla piazza sottostante, le statue di San Giorgio e San Giacomo in basso, e quelle di San Pietro e San Paolo in alto. Le porte lignee hanno una preziosa decorazione scultorea, in sei riquadri, con la raffigurazione di episodi del martirio di San Giorgio, opera dell'intagliatore palermitano Vincenzo Fiorello, l'interno, a croce latina, con le braccia chiuse da absidi semicircolari


Chiesa di S. Giuseppe, costruito grazie alla donazione del barone di Buscello Don Carlo Giavanti che, originario di Noto, per le volontà testamentarie della moglie, la nobildonna ragusana Violante Castilletti, trasformò il palazzo dove abitava in convento. La facciata convessa, di stile composito, è suddivisa in tre ordini, l'interno, a forma ovale,

Palazzo Cosentini

Palazzo Vescovile Schininà

S. Maria dei Miracoli

Chiesa delle Santissime Anime del Purgatorio, dedicata a Tutti i Santi e alle Anime del Purgatorio e aperta al culto il 6 maggio 1658. Fu una delle poche chiese ragusane a resistere al terremoto del 1693, caratterizzata da una ripida scalinata che ne valorizza e il prospetto, nel settore centrale si trova il portale d'ingresso, con intagli a motivi vegetali, nel cui coronamento vi sono sculture raffiguranti le Anime Purganti. Nei settori laterali si trovano due finte porte, in cui il portale non presenta alcun ingresso per accedere alla chiesa, a significare che la via per il paradiso è una ed una sola

Le origini della città sono antichissime ed incerte. L'ipotesi piú logica è che il nome possa derivare da Siclis, appellativo etnico dei primi sicuri abitatori di queste lande, I Siculi, popolo proveniente dall'Illiria e che, dopo un breve stanziamento nel Lazio fu costretto a scendere in Sicilia intomo all'anno 1.000 a.C.. La primitiva città sorse sul colle dove si notano ancora dei sepolcreti scavati nella roccia e coperti poi con lastre di pietra. Notevoli sono le testimonianze greche nel territorio, accanto a tracce cartaginesi, fino alla conquista romana. Dopo la caduta dell'lmpero Romano d'occidente cadde sotto la dominazione bizantina e subì le incursioni dei barbari, poi con la dominazione araba prese il nome di Sikla.

Un tempo di dominio arabo (864), passò poi in mano normanna cosi come ricorda il Santuario della Madonna delle Milizie a circa 1,5 km di distanza da Scicli, verso la costa.
La visita del piccolo centro può iniziare da piazza Italia dove, oltre ai bei palazzi settecenteschi sorge la Chiesa Madre della Madonna delle Milizie, in stile barocco, ricca di stucchi dorati e affreschi. Dedicato alla Vergine Guerriera il santuario fu eretto, intorno al 1091, nel luogo della battaglia tra i normanni guidati da Ruggero d’Altavilla contro le legioni arabe. Oggi chiamata Madonna delle Milizie. Da sottolineare la Madonna delle Milizie, un'opera in cartapesta rappresentante la Vergine su un cavallo bianco mentre combatte i Saraceni.

Chiesa di San Bartolomeo del XV secolo, il prospetto, di stile barocco-neoclassico è composta da un'unica navata decorata con stucchi, affreschi e dorature. Gli affreschi sulla volta rappresentano S. Bartolomeo. Resistette in larga parte al catastrofico terremoto del 1693.
L'imponente e scenografico prospetto, progettato dall'architetto siracusano Salvatore Alì in stile barocco-neoclassico. la ottocentesca statua dell'Immacolata, lignea e laminata d'argento e la Sacra Cassa, un'urna-reliquiario d'argento decorata con varie incisioni raffiguranti scene della vita di San Bartolomeo.

Opera d'arte inimitabile e' sicuramente il Presepe: delle statute in legno di tiglio del napoletano Pietro Padula (1773-76), in origine 65 e alte un metro, ne sono oggi rimaste soltanto 29.

La chiesa di San Giovanni Evangelista, il primo ordine della facciata è scandito da colonne ioniche, tra cui si apre al centro il portale d'ingresso. Il secondo ordine è invece percorso da una gelosia in ferro battuto già di chiaro gusto ottocentesco. L'interno, a pianta ovale, è coperto da una cupola,

La chiesa di San Matteo è una chiesa di Scicli, collocata in cima al colle omonimo, l'attuale chiesa è frutto di una ricostruzione settecentesca successiva al terremoto del Val di Noto del 1693, l'impianto è di tipo basilicale a tre navate, la facciata a due ordini, rimasta incompiuta, mostra i caratteri salienti del barocco siciliano

Palazzo Beneventano, uno dei monumenti barocchi più significativi dell'intero ragusano, il Complesso monastico dei Carmelitani e la suggestiva Chiesa di San Matteo.


La cittadina è caratterizzata da molti palazzi e monumenti di epoca barocca che si affacciano sulle vie del centro. Il Monastero Benedettino, oggi sede del Comune, l'attigua chiesa, caratterizzata da un elemento decorativo tipico del barocco militellese, il bugnato a graticcio del finestrone, al suo interno custodisce un bel coro di legno e l'Ultima Comunione di San Benedetto, dipinto di Sebastiano Conca.
Sulla via Umberto si affaccia il settecentesco Palazzo Reforgiato, fino a piazza Vittorio Emanuele.
Da vedere il Museo di S. Nicolò, la Pinacoteca, S. Maria alla Catena, Chiesa di S. Maria la Vetere.



le chiese barocche :
La Chiesa dell'Annunziata è la più antica di Palazzolo A. Ricostruita dopo il terremoto, ebbe un'impostazione più maestosa, a tre navate. Tre sono i capolavori d'indiscusso pregio artistico: l'altare di marmo intarsiato con marmi di diversi colori, rappresentanti l'allegoria della primavera; il portale della facciata risalente al '700 è di intonazione barocca e spagnoleggiante lo straordinario portale barocco, con due colonne tortili binate decorate da frutta e viti.; il quadro dell'Annunciazione di Antonello da Messina, oggi esposto al Museo Bellomo di Siracusa.

La Chiesa dell'Immacolata o dell'assunta ad una navata, è semplice nella sua struttura. All'interno si può ammirare la pregevole statua della "Madonna col Bambino" di Francesco Laurana.

La Chiesa di S. Paolo nasce sulla vecchia Chiesa di S. Sofia; la parte più pregevole è la facciata in stile Barocco. Si sviluppa in altezza in tre piani con pronao. Si venera S. Paolo Apostolo eletto nel 1688 Patrono di Palazzolo Acreide.

Nel 664 a. C., sulla collina detta Acremonte, che separa le valli dell'Anapo e del Tellaro, i Siracusani fondarono Akrai. Numerose furono le dominazioni che si avvicendarono nel corso dei secoli: romana, bizantina, araba, normanna. Da qui le varie denominazioni date alla città: Akrai, Acre, Balansùl, Placeolum o Palatioli ed infine Palazzolo a cui, nel 1862, fu aggiunto il patronimico di Acreide.

Palazzolo, riedificata nel '700, possiede parecchi edifici barocchi che si dispongono lungo le vie principali, corso Vittorio Emanuele e via Carlo Alberto, che confluiscono in piazza del Popolo, dominata dalla maestosa facciata della Chiesa di S. Sebastiano che vi si affaccia dall'alto della sua scalinata. All'estremità occidentale del corso si trova la Chiesa dell'Immacolata, dalla facciata convessa. Via Carlo Alberto è fiancheggiata da palazzi con belle mensole barocche. Da vedere la Casa-Museo dell'etologo Antonino Uccello, la Chiesa di S. Paolo Palazzo Ludica dall'incredibile e lunghissima balconata sostenuta da mensole a forma di mostri, chimere, mascheroni e altri terribili figuri tipici del gusto barocco.

Distrutta dal terremoto del 1693, la Palazzolo settecentesca rinacque fiorente di monumenti, chiese e palazzi pregevoli opere d’arte. Palazzolo Acreide, singolare tassello del mosaico degli otto comuni del Val di Noto posti sotto la tutela dell’UNESCO "in considerazione dell’eccezionale valore della sua architettura barocca testimonianza dell’esuberante genialità delle maestranze che si impegnarono nella costruzione del Val di Noto dopo il terribile terremoto del 1693", merita da parte del visitatore una accurata attenzione.

Se si accede a Palazzolo Acreide, da Ovest, nella parte bassa della città, percorrendo la via Roma si raggiunge Piazza Aldo Moro, dove si trovano la Chiesa Madre e la Chiesa di San Paolo.
La Chiesa Madre, dedicata a San Nicolò, prospetta sul lato sud della piazza Aldo Moro; l’interno è a tre navate a croce latina con cupola, la trabeazione del cornicione presenta una ricca decorazione barocca. La facciata, rifatta nel 1893, presenta qualche motivo architettonico classicheggiante.
Di fronte alla Chiesa Madre si apprezza la vista laterale della Chiesa di San Paolo che prospetta su Piazza S. Paolo. Sorta sulla vecchia chiesa di Santa Sofia, si sviluppa in altezza in tre piani ed è preceduta da un pronao. La parte più pregevole è la facciata in stile barocco. Vi si venera San Paolo Apostolo eletto nel 1688 Patrono di Palazzolo Acreide.

Poco più avanti, si apre Piazza Umberto I dove, sul lato ovest, si può ammirare Palazzo Zocco dalle interessanti mensole figurate. Da questa piazza, scendendo per via Annunziata si giunge davanti la Chiesa dell’Annunziata, una delle più antiche di Palazzolo.
Ricostruita dopo il terremoto del 1693 la Chiesa ebbe un’impostazione più maestosa a tre navate.
Tre sono i capolavori di indiscusso pregio artistico che la distinguono: l’altare di marmo intarsiato con marmi di diversi colori, rappresentanti l’allegoria della primavera; il settecentesco portale barocco a colonne tortili binate; il quadro dell’Annunciazione di Antonello da Messina, oggi esposto al museo Bellomo di Siracusa.

Ritornando in Piazza Umberto I si imbocca via Garibaldi, caratterizzata da interessanti edifici settecenteschi. Al civico 127 si nota Palazzo Iudica-Cafici con la più lunga balconata barocca del mondo: i suoi 27 mensoloni sono mascheroni grotteschi differenti l’uno dall’altro; al numero 115 si trova il Palazzo Ferla; più avanti ci si immette in una stradina che conduce alla Chiesa di S. Antonio Abate, il cui culto preminente è quello della Madonna Addolorata.
Attraversando via Garibaldi e percorrendo via Nicolò Zocco si imbocca via Gaetano Italia dove si può ammirare Palazzo Cappellani, edificio dei primi del Novecento, destinato ad ospitare i reperti della collezione Iudica.

Da Piazza Liberazione si sale per via San Sebastiano e si giunge alla centrale Piazza del Popolo dove si innalza imponente la Chiesa di San Sebastiano con la sua scenografica gradinata e la fastosa facciata a tre ordini. L’interno è a tre navate con pregevoli stucchi risalenti al 1783 e numerosi quadri tra cui quello di Santa Margherita da Cortona, opera di Vito d’Anna. Piazza del Popolo è dominata anche dal Palazzo Municipale che sorge sul sito dove, nell’Ottocento, sorgeva il Monastero delle monache Benedettine; attualmente l’edificio presenta una struttura architettonica classicheggiante e negli intagli decorativi risente dello stile liberty.

Si imbocca via Machiavelli dove si può visitare, nel settecentesco Palazzo Ferla-Bonelli, la Casa Museo, testimonianza etno-antropologica della cultura contadina, frutto della grande passione e dedizione di Antonino Uccello per le tradizioni popolari.
Si giunge alla Chiesa dell’Orologio, e di qui ci si inoltra nel quartiere medioevale fino ai ruderi del Castello;

Retrocedendo in via Carlo Alberto, dopo pochi metri, si incontra la graziosa facciata settecentesca della Chiesa di S. Michele con l'interno abbellito da colonne in stile corinzio. Si procede quindi per via Acre al termine della quale si imbocca Corso Vittorio Emanuele: subito a destra l’ampia scalinata da cui si accede alla Chiesa dell’Immacolata dall’elegante e singolare facciata convessa, unico esempio architettonico tra le chiese palazzolesi. L’interno è arricchito dalla pregevole statua della Madonna col Bambino di Francesco Laurana.

Scendendo per il Corso Vittorio Emanuele, la più centrale e la più bella via cittadina, si possono ammirare eleganti edifici del ‘700 e dell’800: al n°38 Palazzo Pizzo-Guglielmino, splendido esempio di palazzotto borghese barocco; al n°10 il settecentesco Palazzo Judica, testimonianza architettonica di motivi del tardo barocco che si fondono a decorazioni di gusto spiccatamente neo-classico; attigua a questo Palazzo vi è un’altra bella costruzione dello stesso periodo edificata dai Messina-Ruiz.

In Piazza Pretura spicca lineare ed austero il Palazzo della Pretura, edificato intorno al 1880. Attualmente il palazzo ospita il comando della polizia municipale. Poco più avanti in Piazza Marconi la Villa Comunale.
Villa Comunale è un lussureggiante giardino storico che sorprende i visitatori per la sua bellezza e varietà. Alla sua origine si sviluppava su tre viali: uno centrale più ampio e due laterali. Ad abbellire il viale centrale nel 1881 fu posta una statua in pietra, la Flora, opera di Giuseppe Giuliano. Al centro di un elegante disegno di aiuole venne costruita una vasca con ninfee e pesci colorati. In seguito furono tracciati i vialetti che dall’ingresso si addentrano verso il boschetto, tra questi il vialetto "delle Rimembranze" che, disegnato nel dopoguerra, fu abbellito con lecci ognuno dei quali fu dedicato ad un caduto.

Da Piazza Marconi procedendo verso via Nazionale si trova la Chiesa e il Convento dei Padri Cappuccini, di recente costruzione. L’interno, ad una sola navata, ha sei altari marmorei tutti di raffinata fattura.

A circa 300 m., a sud-est dell’abitato si trova il Cimitero Monumentale. Ultimato nel 1896, è ricco di cappelle gentilizie, mausolei, cappelle borghesi, piccoli monumenti. Le più importanti cappelle gentilizie sono di notevole pregio artistico, il visitatore avrà modo di apprezzare vari stili architettonici quali il liberty e il gotico.



L'Area Archeologica di Akrai

L’area archeologia di Akrai si può raggiungere, partendo da Piazza del Popolo, percorrendo Via Carlo Alberto, via Acre, via Primosole, via Teatro Greco.
A pochi metri dall’ingresso si offre al visitatore il teatro greco, il monumento più insigne dell’area archeologica di Akrai; incerta è l’epoca della sua realizzazione, ma appare plausibile una datazione al III a.C.
Il teatro, orientato a settentrione, ha dodici file di sedili, per 700 posti complessivi; diversamente dagli altri teatri del mondo greco non fu scavato nella roccia e presenta un’orchestra semicircolare che lascia apparire la scena straordinariamente avanzata rispetto ai canoni classici. In epoca romana il teatro subì numerosi rimaneggiamenti: l’orchestra fu pavimentata e all’ingresso orientale fu eretto un vano rettangolare, presumibilmente un chioschetto. Sulla scena, infine, sono visibili i resti di un mulino di età bizantina.

Ad ovest del teatro si può apprezzare il Bouleuterion, edificio di modeste dimensioni utilizzato come luogo di riunione del senato cittadino, che si apriva sull’agorà, la piazza di Akrai.
Oltre il muro di cinta che delimita il bouleuterion si trova un edificio a pianta circolare ritenuto dai più un impianto termale di epoca romana, riattato a battistero in epoca bizantina.

Il Tempio di Afrodite, posto sopra il teatro, era composto da sei colonne di tipo dorico nella parte frontale e tredici sui lati. Oggi del tempio resta ben poco, solo i grossi blocchi squadrati del basamento. La povertà dei resti è dovuta a più fattori: la distruzione araba, i numerosi terremoti, ma soprattutto l’abitudine invalsa, specie dopo il terremoto del 1693, di costruire le moderne abitazioni civili avvalendosi dei grossi blocchi squadrati e ben rifiniti delle costruzioni antiche.

Le mura acrensi, oggi molto danneggiate per i motivi sopra esposti, sono datate tra il IV e la seconda metà del II sec. a.C. e dovevano essere veramente grandiose.
Le iscrizioni rinvenute attestano l’esistenza di due porte: quella siracusana che si apriva a poca distanza dall’attuale ingresso e quella selinuntina che si apriva sulla propaggine estrema dell’Acremonte.
Di grande interesse è il sistema viario urbano, il cui asse principale (platea o decumano), in collegamento con le due porte urbiche, fendeva da est ad ovest l’abitato. Su di esso confluivano delle piccole arterie (stenopòi) con orientamento nord/sud; la strada principale, dotata di una splendida e ben conservata pavimentazione lavica, ha una larghezza media di quattro metri. L’impianto viario rileva due fasi di realizzazione: una di epoca ellenistica, l’altra di epoca romana avanzata. Recentemente lungo la strada ellenistica sono stati rinvenuti i resti dell’antica stoà, il porticato.

Dietro il teatro si aprono le Latomie. Inizialmente sfruttate come cave di pietra, da esse fu tratto il materiale necessario alla edificazione delle abitazioni e dei monumenti di Akrai; successivamente furono adibite a necropoli, luoghi di culto e abitazioni.
L’Intagliata è la più grande di queste Latomie. È di forma ellittica e vi si accedeva attraverso una porta, tuttora ben visibile, posta sotto il teatro. All’interno dell’area sono presenti numerosi ipogei e sepolture ad arcosolio di età cristiana. Particolarmente interessante l’ipogeo cosiddetto della Grotta dei Cavalli, un’abitazione di epoca bizantina, composta da quattro grandi vani di forma rettangolare, a tetto piano, scavate nella roccia con accesso da uno stretto cunicolo.
L’Intagliatella, ha una tipica forma ad L ed è anche la più antica delle cave di pietra di Akrai. Questa latomia è caratterizzata dal succedersi di nicchie votive contenenti pinakes (tavolette o dipinti votivi), di tombe di varie epoche, ma anche di abitazioni di periodo bizantino. Ipogei e catacombe sono di varia fattura, alcuni di estrema raffinatezza con tombe a baldacchino ricche di pregevoli intagli, altre con numerosi arcosoli polisomi artistici.
L’aspetto che più caratterizza quest’area è dato dall’esistenza di un bassorilievo descrittivo, che mostra nella parte sinistra una scena sacrificale e nella destra un banchetto di eroi con al centro la figura di un guerriero romano in atto di compiere un sacrificio propiziatorio o di ringraziamento. Il bassorilievo, datato intorno alla prima metà del I sec. a.C., presenta caratteri di assoluta singolarità per la commistione di modelli greci e romani.
I Templi Ferali, appena fuori città, costituiscono la terza significativa latomia. Al pari dell’Intagliatella, le pareti della cava sono tessute da un centinaio di piccoli incavi dove venivano allocate offerte votive per i defunti, assunti nella venerazione dei viventi al grado di eroi. Le offerte consistevano nella posa di piccoli vasi, contenenti sovente monete, in fossette scavate nella roccia o nella nuda terra. L’uso della cava come area sacra ebbe inizio a partire dal III sec. a.C. e si protrasse sino al II sec. a.C.

Proseguendo in direzione sud-est rispetto all’antica città di Akrai sorgono la Necropoli della Pinita e le altre necropoli.
La Necropoli della Pinita costituisce il più appariscente monumento della vita preistorica di Palazzolo. Si compone di cinquantaquattro necropoli a grotticelle artificiali di forma ovale che si aprono sulla verticale rocciosa esistente, ben visibili dalla sottostante strada.
La Necropoli Greca e quella Ellenistica si trovano rispettivamente a contrada Torre Judica e a Colleorbo. Da tali aree provengono numerosi reperti confluiti per lo più in collezioni private.
I Santoni si trovano oltre l’attuale abitato di Palazzolo Acreide, verso Noto. Si tratta del più completo e più vasto complesso di figurazioni relative al culto della Magna Mater che il mondo antico abbia lasciato. Il sito ospita dodici grandi rilievi, dieci dei quali riproducono la medesima figura femminile seduta di pieno prospetto, mentre gli altri due contengono scene più complesse, con una pluralità di personaggi. Si tratta del maggiore santuario finora noto dedicato al culto delle dea Cibele, divinità orientale della fecondità, onorata a Roma con il nome di Magna Mater o Cerere.


La greca Eloro
 
Uscendo dal centro storico ed imboccando la strada per il cimitero della città, si gira a destra e poi a sinistra per la strada di C/da Zupparda. Superato l’incrocio Noto-Pachino, dopo pochi metri si devia a destra, percorrendo tutta la strada fino al bivio. Si svolta a destra e dopo un centinaio di metri si scorge, a sinistra, la colonna Pizzuta o Piliere, che faceva parte dell’area cimiteriale della città di Eloro. La colonna ha una forma quasi cilindrica, è alta circa 10 metri ed è posta su una base a gradini. E’ la parte superiore di un ipogeo, dove sono stati rinvenuti un lettino funerario e una poltrona, interamente scavati nella roccia, uno specchio e alcune monete raffiguranti il re Ierone II, tutti elementi che fanno risalire il sepolcro all’età ellenistica (III sec a.C.). Pochi chilometri oltre, seguendo la segnaletica, si giunge ad Eloro, che sorge su una bassa collina, limitata ad est dal mare Ionio e a sud dal fiume Eloro (Tellaro).
Circa 700 anni prima di Cristo i Corinzi siracusani edificarono una cittadella militare, poi dotata di una poderosa cinta muraria, nel VI sec a.C. La città fu dotata di un Santuario, dedicato a Demetra e Kore, o Koreion "extra moenia" (VI sec. a.C.), in parte ricostruito nel Museo Civico, poi di un Asklepeion o Sanatorio dedicato al dio Esculapio, con annesso thesaurós (IV sec. a.C.), di un tempio di Demetra (III sec. a. C.), di un piccolo teatro greco (IV sec a. C.), in parte scavato nella collina, a sud, ed in parte costruito in muratura. Nel II sec. a.C. Eloro fu dotata di una stoà/porticus di stile dorico. Nell’angolo sud - orientale del circuito urbano era stata, in epoca greca, edificata una fortezza, il Castellum, citato da Plinio il Vecchio (I sec. d.C.). Su questo sito il conte Blasco Alagona, nel 1353, fece edificare una torre di avvistamento.
L’agorà della città di Eloro, centro politico e commerciale, è attraversata dalla Via principale, che immetteva il viaggiatore nella Via Eloriana per Siracusa.

Noto


La villa romana del Tellaro
Distanza da Noto Km.10

Dal centro città immettendosi sulla strada Noto - Pachino, si arriva al ponte sul Tellaro, per poi deviare a destra. A circa 100 metri, in contrada Caddeddi (come segnala il cartello), si trova la Villa Romana del Tellaro (IV secolo), pregevole per i mosaici pavimentali (forse appartenuta ad un latifondista o ad un senatore romano).
Per gli esperti sono i pavimenti musivi più belli e artistici d’Italia e sono divisi in vari registri musivi, che rappresentano scene di caccia, il riscatto del corpo di Ettore ed altri temi. La datazione della Villa è legata al rinvenimento di monete di Imperatori Romani del IV sec. d.C. La Villa probabilmente aveva una superficie di circa 5 mila mq. Fu distrutta da un incendio.


L'Oasi di Vendicari e la Cittadella dei Maccari
Percorrenza itinerario km.15. Durata della visita 3 ore
 
Da Noto si procede per la strada Noto-Pachino, fino al decimo chilometro, poi si devia a sinistra, si oltrepassa il ponte e si arriva alla Riserva Naturale di Vendicari, una meravigliosa oasi faunistica. Si possono ammirare fenicotteri, aironi, cavalieri d’Italia, cicogne, ma anche pettirossi, corvi, tortore, ecc. Nell’oasi vivono anche volpi, lepri, conigli e ghiri. Germogliano la palma nana, il finocchio di mare, il rosmarino, la ginestra, l’oleandro, il mirto e il gelso. La ricchezza faunistica e botanica da 18 anni ha posto l’area in un vasto programma di studi da parte di esperti delle Università di Catania e di Messina.
All’interno dell’Oasi si trova la Torre sveva di Vendicari, edificata tra la fine del Trecento e l’inizio del Quattrocento, in epoca aragonese. Aveva un piano superiore ed è dotata di una struttura fortezza, con archi a sesto acuto, per la guarnigione.
Fino ai primi decenni del Novecento era ancora in attività la tonnara, di cui rimangono alcune strutture di cemento, in corso di restauro. Ad un centinaio di metri di distanza dalla Torre fu rinvenuto un impianto romano per la lavorazione del pesce, per la produzione "garum", tipica salsa usata dai romani per condire i cibi.

Riprendendo la strada Noto - Pachino, dopo circa due Km. si arriva alla contrada Cittadella dei Maccari, località a sud della riserva di Vendicari, utilizzata al tempo dei Fenici e dei Greci, come zona di scambi commerciali. La località venne valorizzata durante l’epoca bizantina (VI secolo), come testimoniato dalla presenza di piccole basiliche adesso in rovina , solamente una è quasi integra, la basilica "Trigona", tempietto con tre absidi ed una copertura a cupola. Il tempietto, probabilmente, era annesso ad un insieme architettonico eretto dai monaci basiliani, tanto che in prossimità vi troviamo cinque catacombe. Nel medesimo ambiente è stato recuperato un esemplare rarissimo di tomba biposto, con copertura a botte. Proseguendo, prima di immettersi sulla strada statale per Pachino, si arriva ad un caseggiato rurale privato; dall’esterno si osserva un muro appartenente ad un tempio greco, probabilmente dedicato al dio Apollo Libystino (IV sec. a.C.).
Un altro oratorio bizantino, una struttura inizialmente circolare, è la Pitturata, che si trova sulla strada che dal bivio di Lido va verso Avola. Fu identificata a fine Settecento dal pittore francese Jean Houel, che ne lasciò un disegno.

I Santuari di San Corrado e della Madonna della Scala

Lasciato l’abito periferico a nord della città, per la strada statale 287, si incontrano numerosi santuari. Il primo ambiente religioso è l’ex Eremo di S. Giovanni in Lardìa, che ospita i Monasteri delle Suore Carmelitane Scalze e delle Suore Benedettine. La strada si snoda ad anse fino a S. Corrado fuori le mura (Km 4 circa), luogo di villeggiatura per molte famiglie netine. Nella parte alta si può visitare la chiesetta dedicata a Maria S. Assunta, e poi, scendendo nella Valle dei Miracoli, località alberata e contraddistinta da un religioso silenzio, appena interrotto dal cinguettio degli uccelli, si gode di un ambiente francescano, anacoretico. Vi si ritirò il frate francescano Corrado Confalonieri, nobile piacentino, poi canonizzato e riconosciuto come Patrono di Noto. Attraverso un vialetto si procede verso l’Eremo e poi il Santuario settecentesco, che include la grotta che ospitò il Santo, la chiesa, dalla facciata in stile barocco.
Nella chiesetta il visitatore può ammirare la Grotta della preghiera, che ospita la statua marmorea del Patrono, opera pregevole dello scultore Giuseppe Fortunato Pirrone, e la pala dell’altare maggiore raffigurante "La Vergine con il Bambino e S. Corrado", opera del Conca. Alla sinistra della chiesa, sotto l’altare, si trovano i resti mortali di S. Leonzio Martire. Altre curiosità sono costituite dal piccolo Museo degli ex-voto, ricco di prodotti di vario tipo, e dal bellissimo presepe realizzato con materiali settecenteschi.

Riprendendo il viaggio sulla strada per Palazzolo Acreide fino al Km.10, svoltando a sinistra per la strada provinciale, con alla destra le edicole della Via Crucis, si arriva al Santuario della Madonna Scala del Paradiso, il Santuario si presenta come un imponente ed elegante complesso settecentesco strutturato a quadrilatero aperto, in stile barocco. La chiesa e il convento settecenteschi, voluti dal Venerabile Girolamo Terzo, sorgono in posizione eminente, su un poggetto con due scalinate. Dal terrazzo il visitatore può ammirare un paesaggio verde e coronato da rocce. All’interno, sull’altare maggiore si può ammirare un’immagine della Madonna con il Bambino e sotto l’altare l’urna contenente i resti mortali di S. Franzo. Sulla sinistra è tumulato il Venerabile Terzo e sulla destra v’è la sua cella.
Il nome è uno di quei titoli nei quali la fede cristiana amano vedere la Madonna, raffigurata nella scala vista da Giacobbe (Genesi 28,12). Infatti per mezzo di Lei mistica scala “il Verbo discese dal cielo e s’incarnò” e per mezzo di Lei noi saliamo fino alle altezze dell’incontro con Dio.
La storia della prodigiosa Immagine dipinta su calcarea rupe fra massi sporgenti al cosiddetto “passo del bove”, in contrada Scala, lungo la regia trazzera Noto-Avola. La Vergine dal volto sorridente e soavemente estatico è rivestita da un panneggiamento alla greca; ritta in piedi, attorniata da cinque testine d’angeli, tiene nel braccio sinistro Gesù Bambino dai riccioli d’oro, mentre al suo fianco destro si vede la simbolica scala che tocca il cielo in uno sfondo di colline verdeggianti e fiorite.

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