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la tecnica e le sue applicazioni pratiche

La fotografia

Come disporre la luce per un ritratto

Come tutte le tecniche, non esiste una soluzione univoca , generalmente si considera ottimale una luce di tre quarti con un angolo fra i trenta e i cinquanta gradi, ma il volto è un canale di comunicazione sia dal punto di vista somatico, sia dal punto di vista del linguaggio verbale.

Uno degli aspetti più comune nella fotografia da ritratto è la ripresa che è posta all'altezza degli occhi, la ripresa frontale si applica a volti regolari, una ripresa angolata è una scelta applicata abbastanza regolarmente in fotografia, il profilo si limita a fornire una informazione più che un ritratto vero e proprio.

Gli aspetti salienti per realizzare un ritratto in fotografia sono :

1.il soggetto
2.l'inquadratura
3.l'esposizione - tempo, diaframma
4.effetto mosso o non mosso
5.la messa a fuoco
6.per ultima non meno importante la profondità di campo
la messa a fuoco è importante perchè è quella che richiama l'attenzione di chi osserva una fotografia, padroneggiare questo fattore è molto importante, lo stesso dipende da quattro fattori che si influenzano vicendevolmente e sono la distanza di messa a fuoco, il diaframma utilizzato, la lunghezza focale dell'ottica utilizzata ed il cerchio di confusione.

Una regola che non transige è quella che in un ritratto occorre avere gli occhi sempre a fuoco, la profondità ha una precisa funzione espressiva ed occorre sempre trovare il miglio compromesso.

Tabella_rapporti_di_illuminazione...
La scelta dell'esposizione ha due fondamentali aspetti: l'esposizione corretta per l'immagine o una scelta espressiva diversa, occorre pertanto comprendere appieno il meccanismo dell'esposizione.

Un aspetto da considerare è quello della legge della propagazione : la luminosità di una superficie decresce in funzione dell'inverso del quadrato della distanza dalla sua sorgente , cioè a distanza doppia la luce si distribuisce su una superficie quadrupla quindi:

1- 2- 4- 8- 16 espressi in metri
22- 11- 5,6- 2,8- 1,4 espressi in f diaframmi




rapporto in diaframmi rapporto in fattori effetto conseguibile
1 EV 1:1 immagine particolarmente morbida
1,3 EV 1:2 immagine morbida
1,5 EV 1:3 immagine fedele all'originale
2 1:4 immagine dura
2,3 1:5 immagine sbilanciata


Come si misura il contrasto dell'illuminazione
L'equilibrio luci ombre gioca un aspetto essenziale nel ritratto, con l'esposimetro occorre leggere la parte in ombra e quella in alta luce, la differenza di misura ci indicherà il contrasto luci ombre e volendo passare la valore EV ad ogni valore luce corrisponde un raddoppio dell'intensità luminosa a titolo d'esempio EV = 2 il rapporto sarà 4:1

Tabella dei rapporti di illuminazione

Differenza in EV luce ombra
0 - 1/3 - 2/3 - 1 - 1+1/3 - 1+2/3 - 2 - 2+1/3 - 2+2/3 - 3 - 3+1/3 - 3+2/3 - 4 - 5 - 6

Rapporto d'illuminazione
1:1 - 1,2:1 - 1,5:1 - 2:1 - 3:1 - 4:1 - 5:1 - 6:1 - 8:1 - 10:1 - 13:1 - 16:1 - 32:1 - 64:1

,

la misura del contrasto ci darà illuminazione, misura della luce incidente , alta luce e ombra la differenza se sarà maggiore di EV 2 avremo un contrasto medio alto , se sarà di EV minore di 2 avremo un contrasto basso.

Luce incidente e luce riflessa
La misurazione della luce può' essere effettuata in due modi:

• misurazione per luce riflessa:

è il tipo di misurazione che viene normalmente eseguita, e consiste nella misurazione della luce che dal soggetto viene riflessa nell'ambiente circostante e danno una risposta corretta quando dinnanzi ad un soggetto di riflessione pari al grigio medio 18 %.
La lettura viene eseguita puntando l'esposimetro contro il soggetto.
E' il genere di misurazione che si esegue normalmente con macchine ad esposimetro incorporato.
Vantaggi: il fotografo non si deve necessariamente muovere dal proprio posto, è più veloce e pratica, permette di controllare la luminosità dei particolari del soggetto, tuttavia la carnagione chiara non riflette una quantità di luce pari al 18% occorre sovraesporre di circa 1/2 - 1 stop.
Difetti: in condizioni di luce particolare (es.: controluce, forti contrasti, ecc.) la lettura può essere falsata, inoltre se il soggetto è troppo chiaro o scuro bisognerà compensare l'esposizione.

• La misurazione per luce incidente è la misurazione della luce che investe il soggetto.

Questo tipo di lettura viene eseguita misurando la luce che effettivamente illumina il soggetto, e si effettua con opportuni esposimetri.
Nella pratica il fotografo si metterà al posto del soggetto e misurerà la luce puntando l'esposimetro nella direzione della macchina fotografica.
Vantaggi: è il tipo di misurazione che determina esattamente l'intensità d'illuminazione, e questa non viene influenzata dai colori o da forti contrasti.
Difetti: non dà indicazioni sul potere di riflessione del soggetto, ed il fotografo deve potersi sostituire al soggetto.
Questo tipo di lettura è, di norma, eseguibile solo con opportuni esposimetri, ma possiamo effettuarla anche con la nostra reflex dotata di esposimetro incorporato. Per usare la macchina come un esposimetro per luce incidente possiamo mettere (a mo' di filtro) davanti l'obiettivo un obiettivo di plastica, e leggere la luce come se avessimo un esposimetro per luce incidente.

La luce incidente si misura ponendo l’esposimetro verso la sorgente principale schermandolo dalla luce secondaria , si leggono cosi le luci nelle zone più chiare , lo stesso si farà nella zona di luce meno chiara indirizzando l’esposimetro verso la fonte meno luminosa ; la differenza dei valori indicherà il contrasto luci ombre indipendente dalle caratteristiche tonali del soggetto . Tutto questo lo abbiamo fatto perché vogliamo conoscere il contrasto luci ombre e passarlo al rapporto di intensità luminosa EV .
Se dovesse essere ev = 2 il rapporto di illuminazione sarà 4:1 .

Per l’esposimetro a luce riflessa occorre utilizzare il cartoncino grigio standard al 18 % , si pone il cartoncino vicino al soggetto nella zona della luce principale e si misura la luce riflessa , dopo si pone il cartoncino nella zona d’ombra e si misura la luce che riflette , la differenza darà il contrasto e dovrebbe fornire un indicazione equivalente a quella ottenuta con la luce incidente.

La scelta dell'ottica dipende da esigenze da esigenze reali e soggettive un buon punto di partenza potrebbe essere una focale di 100 mm, una focale di questa portata permette di fotografare il volto in primo piano senza causare disagi con la giusta prospettiva.

Come disporre le luci nel ritratto
Perchè si possa realizzare un buon ritratto occorre anche sapere gestire le luci, perchè sono le luci che danno vita all'immagine e per poterle padroneggiare occorre conoscere le tecniche di base: quali la luce piena, di taglio, a farfalla rembrant

Luce principale o fondamentale :
è la luce di maggiore importanza tendenzialmente potrebbe essere l'unica fonte di luce. La regola base vuole che l'illuminazione abbia un inclinazione tra i 40 e 60 gradi, corrispondente alla maggiore naturalezza della luce. Per essere sicuri di avere la giusta inclinazione può essere riscontrata nell'occhio della modella visualizzando un punto bianco nell'iride ore 11:00 oppure ore 13:00,deve illuminare la porzione di volto orientata verso la macchina fotografica, dal lato opposto è meglio disporre di una luce secondaria . Osservate e giudicate l'immagine che avete ottenuto, se troppo dura ammorbidite la luce.

Luce Secondaria o complementare:
dopo avere effettuato delle prove con la luce principale è giunto il momento di accendere la luce secondaria, che ha come compito quello di rendere visibili quelle zone d'ombra che sono state lasciate dalla luce principale. La luce deve essere di schiarita quindi meno intensa, oppure più diffusa ma non di uguale intensità alla luce principale.

Luce d'effetto:
serve a separare il soggetto ritratto dallo sfondo, di scarsa potenza sempre diretta alle spalle del soggetto in modo che rifletta sui capelli in due modi: sopra la testa, sullo stesso asse della luce principale, oppure dietro la testa del soggetto ritratto, per dare enfasi ai capelli.

Luce di sfondo:
con gli anni sono cambiati i gusti oggi si tende a fotografare in una gabbia di luce, però qualora si volesse incorniciare il soggetto, lo sfondo deve avere uguale intensità luminosa della luce principale.

Le tecniche di base per il ritratto
Illuminazione di taglio:
è simmetrica a quella piena, esalta le forme del viso, però illumina una porzione soltanto del viso, è una luce decisa, la luce principale deve essere posta sul lato del volto orientato verso la macchina, mentre la secondaria è posta nella porzione orientata verso la macchina.

Illuminazione Rembrant detta anche di taglio alto:
pone alla fotografia un effetto drammatico, essa è posta in punto alto, dalla parte del viso non rivolto verso la macchina fotografica, è simile alla luce di taglio ma più vicina al soggetto.

Illuminazione a farfalla:
proviene dall'alto e prende il nome dalla forma dell'ombra che proietta sotto il naso del soggetto, la luce deve essere morbida per attutire questo effetto sotto il naso, la luce principale va posta innanzi al soggetto e posta più in alto del viso del soggetto, la luce di schiarita di poco più bassa.

Luce a fessura:
serve a drammatizzare l'immagine, altro non è se non una esasperazione della luce di taglio, la luce principale illumina soltanto una porzione del viso non orientata verso la macchina e lascia completamente in ombra l'altra parte, può essere utilizzata la luce di schiarita con una intensità molto bassa.

Luce bounce:
utilizzata in uno studio con la luce principale orientata verso il soffitto.

Luce a silhouette:
è possibile ottenerla con una luce posta dietro il soggetto, in modo che la lampada no0n si scorga.

Luce ad anello:
viene utilizzata con più luci , per ottenere una luce senza ombre

Il fondale

il tipo di sfondo nel ritratto è importante, se viene inserito in uno sfondo neutro allora si vuole far risaltare il soggetto, diversamente occorre ambientarlo ed inserire il soggetto nell'ambiente. Per illuminare lo sfondo occorre modificare la luminosità dello stesso, e possiamo porre due luci contrapposte dietro il soggetto oppure una sola luce.

Come si correggono i difetti del viso


DIFETTO CORREZIONE
Calvizie eliminare la luce d'effetto
tenere in ombra la parte posteriore della testa

abbassate il punto di ripresa con la fotocamera

Rughe centrate la luce principale
fate ruotare il volto di 3/4

usate una luce diffusa

Occhiali Alzate l'illuminazione
fate abbassare il mento al soggetto

Viso largo Fate ruotare il viso
alzate il punto di ripresa

Viso magro fate ruotare frontalmente il viso
abbassate la luce principale

Naso piccolo fate ruotare il volto di 3/4
Naso evidente abbassate la luce principale
viso fontale

abbassare il punto di ripresa

fate sollevare il punto di ripresa

Fronte alta abbassare il punto di ripresa
fate sollevare il mento

Mento appuntito abbassare la luce principale
fate sollevare il mento

Occhi sporgenti occorre far rivolgere lo sguardo del soggetto verso il basso
Occhi incassati abbassare la luce principale
usare una luce diffusa


Scopriamo la profondità di campo

La profondità di campo dipende da quattro fattori che si influenzano vicendevolmente :
la distanza di messa a fuoco
il diaframma utilizzato
la lunghezza focale dell'obiettivo
il cerchio o circolo di confusione.

Il cerchio di confusione lo si può definire come dei punti posti su un piano ben preciso. I raggi luminosi che vengono generati da un oggetto attraversando l'obiettivo , convergeranno su un piano e l'insieme di questi punti formeranno l'immagine. Se noi consideriamo che il piano sulla quale si forma l'immagine si forma prima o dopo il piano di messa a fuoco non avremo un punto ma un piccolo cerchio, il cerchio di confusione.

Ci sono dei fattori che influenzano la risoluzione ALFA che altri non è che un valore di fascia, fissato a 140 come valore medio per gli individui normovedenti, la base di partenza consiste nel riconoscere un tratto di spessore ad una data distanza. Fissato questi a 140 indica che siamo capaci di distinguere un tratto di 0,68 mm ad 1 metro, quindi CdC = 0,68 mm.

La formula matematica per il diametro del cerchio di confusione è data da CdC = D * 2 *tan (ALFA /2)

D = la distanza della visione ; ALFA = alla risoluzione dell'occhio umano ; la D corrisponde alla Df cioè alla diagonale del formato di stampa, la formula finale sarà CdC = Df * 0,00068

Dato l'esiguo spessore l'area viene considerata dall'occhio umano come un singolo punto e non un cerchio.

Partendo da quest'ultimo valore, possiamo calcolare i valori anche per le altre dimensioni ad es. per i 24 x 36 mm. della pellicola35 mm la diagonale è 43 mm, CdC = 0,0294, rapportandoli all'immagine 20 x 25 cm avremmo: un fotogramma 35 mm. (24 x 36 mm.) deve essere ingrandito 7,06 volte per raggiungere le dimensioni di 20 x 25 cm. quindi, il cerchio di confusione, sarà calcolato come (0,20 mm. / 7,06) = 0,028 mm. Al diminuire o all'aumentare di questo valore, l'immagine risulterà rispettivamente più o meno nitida.


Si definisce distanza iperfocale o iperfocale, quella particolare posizione di messa a fuoco, che per un dato diaframma produce una profondità di campo nitida, che va dall'infinito, alla metà della distanza stessa, che aumenta quanto più piccolo è il foro dell'apertura del diaframma e quanto maggiore è la distanza di messa a fuoco

La pratica ci dice che la profondità di campo è descrivibile tramite due variabili, la distanza del soggetto ed il diametro del foro del diaframma, più si diaframma maggiore sarà la zona nitida sul piano orizzontale .

La lunghezza focale dell'ottica ha un altra influenza, perchè se noi utilizziamo una focale corta mantenendo la stessa distanza, aumentiamo la sensazione di profondità , allungando la focale dell'obiettivo è come se avvicinassimo i piani.

Dopo avere tergiversato sulla CdC , occorre sapere come gestirlo, impostata la messa a fuoco sul barilotto dell'obiettivo, la distanza iperfocale Dh impostata a 3 metri sara determinata dalla formula
Dh = F2 / (CdC * fn) in pratica F = la lunghezza focale , fn l'apertura del diaframma e la CdC per il formato 35 mm sarà di ,0,0294 . Il dato ottenuto ci dirà quale Dh abbiamo.

tutte queste considerazione valgono per il formato 35 mm , per il formato APS occorre rifare tutti i calcoli.

Per chi invece ama le complicazioni, o vuol passare dalla teoria alla pratica, ci sono due formule che permettono di ottenere la profondità di campo e sono:


I = F?/N*0,028mm

I = (300mm?/(f2.8*0.028))

I = iperfocale o distanza in metri , N = l'apertura del diaframma , F = la focale in mm

distanza lontana Dl = I*S/(I-(S-F)) o Dv = I*S/(I+(S-F)) distanza vicina

oppure

H = f? / (N * c) + f

300? / (2,8 * 0,025) + 300

Dv = s(H-f) / H + s - 2 f o Dl s(H - f) / H - s

H = iperfocale s = distanza in metri f = la focale in mm N = apertura diaframma

sviluppando le formule per il formato 24 * 36 avremmo :

25 metri 50 metri 100 metri

I 900,00

Dl -0,95 -0,92 -0,91

Dv 0,88 0,89 0,89

la zona messa a fuoco varia dal punto al punto

25 metri 50 metri 100 metri


H 1.607.442,86

Dl 24,62 48,50 94,16

Dv 25,39 51,60 51,60

Le lenti degli obiettivi

Grandangolo

Immagine prodotta da un obiettivo fish-eye Gli obiettivi con angolo di campo maggiore ovvero lunghezza focale minore del normale sono detti grandangoli. L'angolo di campo passa da 60° a 80° per un grandangolare, per portarsi anche a 180° negli ultragrandangolari e fish-eye. Questi ultimi sono così chiamati perché a causa dell'angolo di campo estremamente esteso l'immagine risulta tonda, come se fosse catturata attraverso un occhio di pesce. I grandangolari spinti producono un'immagine deformata dovuta alla proiezione equidistante dei fasci luminosi sulla pellicola, fino ad arrivare alla formazione di un'immagine circolare. Il loro angolo di campo raggiunge i 180°. È possibile correggere la distorsione usando la proiezione rettilineare fino alla lunghezza focale di 14mm. Quando la lunghezza focale diminuisce il corpo dell'obiettivo verrebbe a trovarsi troppo vicino al piano focale con impedimento del funzionamento di alcuni organi meccanici interni alla fotocamera. Per ovviare a questo inconveniente è stato adottato lo schema ottico a retrofocus o a teleobiettivo invertito. Consiste in un gruppo ottico anteriore divergente e in un gruppo posteriore convergente, è possibile che vi siano ulteriori gruppi centrali.


Teleobiettivo

Teleobiettivo o lungo fuoco, gli obiettivi con angolo di campo minore ovvero lunghezza focale maggiore del normale sono detti teleobiettivi. L'angolo di campo varia tra i 20° fino a 5° o inferiori . Sarebbe più corretto chiamarli lungo fuoco, quando presentano uno schema ottico normale.
Per le leggi dell'ottica la distanza tra il piano ottico e il piano di messa a fuoco all'infinito è uguale alla lunghezza focale allungandosi ulteriormente per focalizzazioni a brevi distanze. Quindi un 500mm diverrebbe lungo oltre mezzo metro con scarsa maneggevolezza nell'impiego pratico . Per ovviare gli questi inconvenienti è stato adottato lo schema ottico a teleobiettivo. Consiste in un gruppo ottico anteriore convergente e in un gruppo posteriore leggermente divergente, è possibile che vi siano ulteriori gruppi centrali. Questa focale provoca una evidente ingrandimento del soggetto e produce una forte compressione del campo, ovvero avvicina gli oggetti riducendo apparentemente le distanze.

Obiettivo normale

È considerato normale l'obiettivo che ha l'angolo di campo simile a quello dell'occhio umano, con un angolo di campo compreso tra 43° e 45°. Estendendo la gamma anche ai grandangolari e teleobiettivi moderati si possono considerare gli angoli tra 20° e 59°. Questa tipologia viene anche chiamata standard, perché era l'obiettivo comunemente fornito a corredo delle nuove fotocamere. Non sono soggetti ad aberrazioni come i grandangolari e i tele, inoltre gli schemi ottici estensivamente collaudati e perfezionati li hanno resi economici e di buona qualità. La luminosità è sempre molto elevata, sono nella norma valori di f/1.8 e f/1.4.



Il tipo più comune di lente è rappresentato dalle lenti sferiche, caratterizzate dall'avere le due superfici opposte costituite idealmente da porzioni di una sfera di dato raggio, R1 ed R2. Ciascuno di questi parametri è il raggio di curvatura della corrispondente superficie.

Il segno di R1 determina la forma della superficie: se R1 è positivo la superficie è convessa, se negativa la superficie è concava, se R1 è infinito la superficie ha curvatura zero, ovvero è piatta.

Lo stesso vale per la superficie opposta lungo il cammino ottico, ma con i segni invertiti. La linea passante per i centri delle sfere ideali e generalmente passante anche per il centro geometrico della lente è detto asse.

Le lenti sono classificate secondo la curvatura delle due superfici:

•biconvessa o semplicemente convessa se entrambe sono convesse,
•biconcava o concava se entrambe sono concave,
•piano-convessa se una è piatta e l'altra convessa,
•piano-concava se una è piatta l'altra è concava,
•concavo-convessa se sono una concava ed una convessa.
Un'importante applicazione delle lenti è la macchina fotografica. Si tratta essenzialmente di una lente convergente, detta obiettivo (anche se di solito si tratta di un sistema di lenti),inserita in un corpo chiuso, isolato otticamente dall'esterno (la luce entra nella macchina fotografica solo dall'obiettivo),ed avente una distanza regolabile dal fondo del corpo. In fondo al corpo è posizionata una pellicola fotosensibile o sensore digitale, che è in grado di essere impressionata dalla luce che la colpisce.



Una macchina fotografica possiede anche un diaframma ed un otturatore.
Con il diaframma, che è una struttura apribile e chiudibile a piacimento posta tra le lente, si dosa a piacere la quantità di luce che deve passare dalla lente. Con l'otturatore, si stabilisce il tempo in cui la luce deve entrare nel corpo della macchina fotografica e così impressionare il sensore.


Le "variabili" che l'operatore può utilizzare sono :

- distanza della lente dalla pellicola

- diaframma

- otturatore

- sensibilità ISO.

Noi consideriamo qui la sensibilità iso fissata a priori.
L'obiettivo possiede inoltre una certa luminosità che è legata al diametro F . Consideriamo qui un obiettivo di luminosità conosciuta F
Variando la distanza della lente, dal sensore si mette a fuoco l'immagine che si forma sulla pellicola.
L'obiettivo di una macchina fotografica èdotato di una distanza focale fissa espressa in millimetri (vi sonoanche obiettivi a focale variabile, detti zoom, chequi non teniamo in considerazione). In questo modo, l'immagine, reale rovesciata e rimpicciolita, di unoggetto posto ad una certa distanza dall'obiettivo si forma, come già sappiamo, in un punto

fra F e 2F ( F èil fuoco e 2F è il punto corrispondente al doppio della distanza focale).
Se la distanza dell'oggetto da fotografare cambia,l'immagine si forma in un altro punto fra F e 2F :



Avvicinando l'oggetto, l'immagine si avvicina a 2F e cresce di dimensione.

Poichè la pellicola, oggi il sensore, deve essere posta/o esattamente dove si forma l'immagine, (altrimenti la foto risulterebbe sfocata) o diversamente si sposta ogni volta il sensore o si sposta la lente rispetto alla pellicola.
La soluzione scelta nelle macchine fotografiche è quella per cui gli obiettivi sono manovrabili tramite movimenti rotatori in modo da fare focalizzare l'immagine sempre sulla pellicola posta sul fondo del corpo della macchina fotografica.

Quando si parla di messa fuoco rientra il concetto di profondità di campo. In effetti, gli oggetti posti a fuoco si trovano entro certi limiti di distanza dall'obiettivo. Tale limiti dipendono dal diaframma. Più si stringe il diaframma, maggiore è la profondità di campo.





Circa il diaframma possiamo affermare cheesso può essere scelto dall'utente .

Sono disponibili selezioni fisse di valori di apertura di diaframma rappresentate da sequenze di numeri del tipo :

22 16 11 8 5,6 4 2,8 2 .

Questi numeri rappresentano il rapporto fra la distanza focale f ed il diametro del diaframma D . Quindi :

diaframma = f / D .

Per esempio :

f = 16 cm , D = 4 cm ==> f / D = 4

f = 16 cm , D = 2 cm ==> f / D = 8

f = 16 cm , D = 1 cm ==> f / D = 16 .

E' importante notare che passando per esempio da diaframma F8 a diaframma F16 , il diametro è dimezzato.
Siccome l'area del cerchio (che rappresenta il diaframma) è? ( D / 2 ) ? (pi greco per raggio al quadrato), se si dimezza il diametro, l'area del diaframma diventa un quarto. Ciò significa che passando daF8 a F16 , nell'obiettivoentra un quarto della quantità di luce precedente. La stessa cosa passando da 4 a 8 ecc.

Se si passa da F2 a F2,8 entra (circa) metà luce, così come da F2,8 a F4 , da F4 a F5,6 ecc. ecc. cioè passandoda un valore di diaframma all'altro contiguo si fa entrare una quantità metà o doppia di luce (aumentando ildiaframmaentra meno luce).
Per quanto riguarda l'otturatore, il dispositivo stabilisce il tempo di esposizione, ovveroper quanto tempo la luce può entrare nella macchina fotografica ed impressionale il sensore, occorre dire chesi hanno di solito alcuni tempi predefiniti. I valori di solito disponibili sono (espressi in secondi) :

1 1/5 1/4 1/8 1/16 1/25 1/50 1/100 1/125 1/250 1/500 1/1000 ...1/8000.

Si ha anche la posa B con la quale l'otturatore rimane aperto fino a che non si decide di chiuderlo.

La considerazione che occorre fare circa il tempo di esposizione è che se, per esempio, lo si dimezza entra metà luce. Se perònello stesso tempo si allarga il diaframma di una tacca, facendo così entrare il doppio di luce, si ottienelo stessoeffetto.

Per esempio passando da 1/8 ad 1/16 di secondo e da 22 a 16 di diaframma si ottiene esattamente la stessaesposizione.

La focale e la distanza di ripresa

Prima di cominciare bisogna capire il concetto di rapporto di riproduzione R che viene definito come il rapporto fra la dimensione l dell'immagine che si forma sul sensore al momento della ripresa e la dimensione reale S del soggetto fotografato. Quindi R = i / S un rapporto di riproduzione 1 : 5 sul sensore corrisponderà ad un quinto dell'immagine reale ; R = 2 : 1 indicherà che il soggetto è riprodotto con dimensione doppie rispetto a quelle reali.

Se noi desideriamo conoscere quale focale utilizzare per ottenere sul sensore 24 x 36 l'immagine di una persona posta a 30 metri , riempiendo sul lato lungo 30 mm su 36 mm tenendo conto che l'altezza della persona è di 1,70 , eseguiamo questo calcolo f = 30000 x 30 / 1700 = 529,4 il tutto è espresso in mm , ci occorre una focale o obiettivo di 500 mm la formula è f = D x l / S , f è la lunghezza focale l la dimensione di quel soggetto , S la sua dimensione reale .

Se noi disponiamo di un obiettivo di 180 mm la formula sarà D = S x f / l ; 1700 x 180 / 30 avremmo 10200 mm, ovvero ci dobbiamo distanziare di 10 metri .

Il sistema zonale nel digitale

Il Sistema Zonale è stato elaborato da Ansel Adams con lo scopo di essere un sistema estremamente predittivo sul risultato della stampa. In parole povere , dopo aver osservato un soggetto da fotografare ed essersi fatto un idea di quello che dovra' essere il risultato stampato della fotografia che si accinge a scattare , il fotografo, mediante il Sistema Zonale , è in grado di regolare il tempo di esposizione e l'apertura di diaframma in maniera tale da ottenere esattamente cio' che desidera. Se si lascia lavorare la macchina fotografica in automatico l'esposizione , fornirà una fedele resa della realta

Il grande valore aggiunto di Adams alla fotografia è stato quello di iniziare a considerare tutti i parametri di uno scatto come strumento per raggiungere con l'esposizione un mezzo espressivo.

Il Sistema Zonale si applica al “bianco e nero”, il motivo tecnico principale è che la latitudine di posa di un negativo b & w e ' maggiore. , sul fotogramma a colori l'effetto non sempre e ' quello desiderato

Il presupposto perche ' il Sistema Zonale possa “funzionare ” è che si abbia a disposizione un buon esposimetro “spot” tarato sul 18%. Cosa vuol dire questo “18%”? tutti gli esposimetri vengono tarati sul potere riflettente del 18% di un cartoncino grigio medio , questo perche ' il 18% e ' il potere riflettente medio della superficie terrestre . I progettisti degli esposimetri hanno pensato che la scena media inquadrata dovesse avere un potere riflettente pari a quello medio della superficie terrestre e di conseguenza che l'esposimetro dovesse restituire una combinazione tempo-diaframma capace di far registrare proprio quella esposizione media ad un determinato valore ISO . Facciamo una prova valutiamo l'esposizione su un foglio bianco che riempia l'inquadratura e si scatti con i dati suggeriti dall'esposimetro. Nella fotografia (con sviluppo normale del negativo) il foglio non sarà bianco ma grigio, e proprio grigio medio al 18%. Ovviamente l'approssimazione del grigio medio sarà tanto più accurata quanto più preciso sarà lo strumento utilizzato.

Questo per farci comprendere che , mediante la lettura dell'esposimetro possiamo decidere noi quale zona della fotografia dovrà risultare grigio medio! E' questo il concetto fondamentale del Sistema Zonale.

Assodato questo presupposto, A. Adams ha diviso le possibilità di esposizione in una scala di undici zone (generalmente de nominate con i numeri romani) dove la zona “0” corrisponde al nero (0%), la zona “X” corrisponde al bianco della carta fotografica (100%) e la zona V al grigio m e dio (18%). Le zone sono a distanza di uno stop l'una dall'altra. Tutte le esposizioni che cadranno sotto la zona 0 restituiranno il nero e tutte quelle al di sopra della zona X restituiranno il bianco. In entrambi i casi avremo una perdita di texture nella stampa.

Ovviamente i valori del grigio non saranno del tutto precisi perchè la carta fotografica non sarà mai perfettamente bianca, il nero mai perfettamente nero ed il grigio medio mai perfettamente grigio medio, ma quello ch e ci interessa e ' avere una buona approssimazione .

Prendiamo una scena piuttosto varia, che comprende alte luci e zone in ombra. Con l'esposimetro misuriamo la zona in ombra: ci consiglia u n'apertura di f/2.8 per rendere l'ombra in zona V. Misuriamo anche l'esposizione delle alte luci: l'esposimetro ci segnala f/11 (a parità di tempo). Da f/2.8 a f/11 ci sono quattro stop (basta contare sulle dita). A questo punto sappiamo ch e se la zona d'ombra s i trova in zona V le alte luci cadranno in zona IX. Questo vuol dire che le alte luci risulterebbero sovraesposte cosa ch e ci andrebbe bene se avessimo misurato una fonte luminosa intensa, ma se ad essere misurato fosse stato il lato illuminato di una roccia avremmo perso tutti i dettagli. Facciamo i nostri ragionamenti e decidiamo ch e vogliamo la zona in ombra il più scura possibile ma senza perderne il dettaglio. Diciamo che se l'ombra cadesse nella zona III ci andrebbe bene : abbastanza scura m a ancora leggibile. Per averla in zona III quindi dovremmo chiudere il diaframma di due stop perchè la zona III è distante due stop dalla zona V. Prendiamo la scala logaritmica delle aperture e verifichiamo a quale f-stop dovremo posizionare il diaframma per ottenere l'effetto voluto: 1 1.4 2 2.8 4 5.6 8 11 16 22 32 45 64 dobbiamo chiudere da f/2.8 (zona V) a f/5.6 (zona III). Con il diaframma a f/5.6, e quindi le ombre in zona III, le alte luci, che sono a 4 stop di scarto, cadranno in zona VII, il che ci va benissimo perchè avremo un buon dettaglio sia in ombra che in alte luci e quindi una buona esposizione .

Questo e ' il Sistema Zonale . Si può notare con quale precisione e soprattutto con quale prevedibilità sia possibile regolare l'esposizione di una posa. Ma non finisce qui'. Questa e ' solo una parte del Sistema Zonale , ed è la fase relativa all'esposizione . Il grande vantaggio del Sistema Zonale , ciò che lo rende così potente nel controllo della resa di una fotografia, è il lavoro al computer.

Torniamo all'esempio. Poniamo che la scena di prima sia più' contrastata, caso, tra l'altro, probabilmente più comune . Esponiamo per l'ombra ed otteniamo il nostro caro f/2.8, ma quando esponiamo per le luci ci viene fuori u n f/22 ben sei stop di differenza. Cosa accade? Vogliamo sempre le ombre scure ma dettagliate , quindi le faremo cadere in zona III, ma a sei stop di distanza le zone piu ' illuminate cadranno in zona IX, perderemmo tutti i dettagli della nostra roccia illuminata. Tornando all'e s e m pio, diciamo ch e vorremmo lasciare le ombre in zona III e far cade re la parte illuminata da zona IX a zona VII, in maniera da mantenere il dettaglio.

Adesso dovrebbe anche essere chiaro il perche ' la latitudine di posa è importante . Ci permette di memorizzare più informazione sia nelle alte luci che nelle basse contemporaneamente pure se queste hanno un notevole scarto in termini di stop. Questo uno dei motivi per cui il Sistema Zonale è più' adatto al “bianco e nero”.

Per chiarire ulteriormente il concetto facciamo un altro esempio, ma in questo caso scegliamo una situazione dove la scena è poco contrastata e noi desideriamo contrastarla maggiormente . Un altro caso dove l'esposizione in fase di scatto si fa in base agli aggiustamenti che potremo fare in camera oscura digitale.

Prendiamo il nostro esposimetro spot e misuriamo la zona in ombra. Anche questa volta ci suggerisce f/2.8. Misuriamo le zone in luce e otteniamo f/5.6. Solo due stop di scarto, poco. Se , infatti, portiamo le ombre in zona III , le luci cadranno in zona V (grigio medio). Ma l'immagine che noi abbiamo in mente vede le luci in zona VII. Iniziamo esponendo per le ombre in zona III, quindi come prima scattiamo a f/5.6, due stop di scarto. A questo punto si potrebbe dire di privilegiare le ombre alle luci per evitare di perdere informazione vista la scarsa latitudine di un normale sensore. Il modo migliore di affrontare la situazione è la sperimentazione e per le prime volte sarebbe opportuno scattare delle fotografie esponendo nei due modi. Bisogna tenere a mente però che la facoltà di registrazione di un sensore è limitata , la sua gamma dinamica cioè l’intervallo entro il quale le variazioni di esposizione producono un effetto proporzionale sui toni è poco superiore ai 6 stop. Inoltre i sensori digitali male sopportano la sovraesposizione , mentre tollerano meglio la sottoesposizione . Latitudini di posa inteso come campo delle riproducibilità del soggetto ripreso.

Le nostre prove consistono nell’ effettuare degli scatti sottoesponendo di cinque stop e successivamente sovraespongo di 5 stop , nulla ci vieta dopo di effettuare queste prove a ½ stop per volta per essere più precisi . Aprendo Photoshop leggeremo il valore delle fotografie sottoesposte l’RGB pari o vicino a zero quindi nero , per le fotografie sovraesposte avremo un valore prossimo all’ RGB 256 il bianco , tutto questo per determinare quanto sovra o sotto espone la nostra macchina fin dove riesce a leggere il dettaglio, per determinare gli stop sulla quale possiamo lavorare.

La gamma dei valori dell’RGB corrisponde a 256 gradini da 0 a 255 il centro è rappresentato dal valore 128, pari al 50 % cioè un valore pari al 18 % della gray card . per vedere i valori forniti andate su Finestra-Info e verificate con il contagocce i valori ottenuti.

Sulla stampa per avere lo stesso risultato che si ha sullo schermo è molto difficile , praticamente ci riescono solo i laboratori professionali in grado di creare i profili ICC degli apparecchi in maniera estremamente precisa . Un metodo può essere quello di elaborare una scala di grigi che venga stampata come la Scala Zonale , dove il nero sia stampato come nero ed il bianco non venga stampato dalla stampante (resti cioè il bianco della carta intatto), è anche importante che tutti gli step della scala siano ben visibili e distinti l'uno dall'altro. A questo punto, quando avremo sul computer una scala che sappiamo verrà stampata correttamente, non ci resta che adeguare i valori della nostra fotografia a quelli della scala. La foto a video non sarà bella, ma verrà stampata come si deve .

La gamma dinamica e la latitudine di posa
La gamma dinamica è un concetto che si può definire come le gradazioni di differente luminosità esistente in una scena.
Solitamente il valore della luminosità è un valore convenzionalmente stabilito, che riporta la quantità di emissione energia luminosa, ed è misurato in Candele per metro quadrato (Cd/m2).

Il concetto di Latitudine di posa: essa è la la capacità di cogliere, da parte di un negativo fotografico, un sensore digitale, o altra fonte di cattura, una gamma dinamica più o meno estesa, cioè la capacità di raccogliere dettagli contenuti nelle porzioni più luminose o più scure, che sono contemporaneamente contenute in una scena,

In fotografia digitale, la capacità di cattura della gamma si esprime in bit: in informatica il bit è il valore minimo di informazione, espresso in codice binario da un numero, 0 oppure 1. Una gamma dinamica di 2 bit corrisponde a una cattura di 2 sole tonalità, il bianco e il nero: una gamma di 8 bit invece, tipica per esempio del file jpeg, ha potenzialmente una massima capacità di cattura di 256 livelli, dal nero assoluto, al bianco purissimo.
Escludendo i file tiff, i file RAW, sono attualmente il formato di registrazione che permette di conservare la massima gamma disponibile, con un elaborazione fino a 14 bit, che si traduce in una capacità di cattura di oltre 50.000 livelli di luminosità per singolo canale. Sommando i livelli ottenibili dai singoli canali RGB, si ottiene la profondità colore: in questo caso si parla del numero massimo di tonalità ottenibile dai tre canali RGB uniti, che in sintesi esprime il numero massimo dai colori ottenibili da un immagine digitale.

Tutto ciò però è limitato della Latitudine di posa del sensore, è ovvio quindi che registrare in Formato RAW un immagine proveniente da un sensore non fornisce queste garanzie, perchè innanzitutto è il sensore che deve essere in grado di fornire una buona "qualità" della luce, fornendo una gamma dinamica non solo disponibile, ma anche utilizzabile ottimizzando il tutto.

Nel caso di forti differenze di illuminazione tra primo piano e sfondo, è possibile adottare delle tecniche fotografiche per "aggiungere artificialmente" una gamma dinamica non presente sulla scena, e fare in modo che questa venga resa disponibile per la macchina fotografica dal flash di riempimento, si tratta semplicemente di scattare la stessa fotografia utilizzando il flash, e impostando la macchina per la corretta esposizione delle parti luminose presenti sullo sfondo, così la macchina catturerà la gamma dinamica delle parti molto luminose, e al tempo stesso, grazie al lampo flash, sarà in grado di catturare tutti i particolari in primo piano.


Tuttavia questa tecnica presenta dei contro non indifferenti; innanzitutto c'è la limitazione della distanza: il Fill Flash è adatto per illuminare oggetti in ombra, purchè posti a distanza ragionevole, raggiungibile dal lampo flash: la potenza di illuminazione di un lampo flash, per caratteristiche fisiche della propagazione della luce, è inversamente proporzionale, in rapporto al quadrato inverso della distanza, quindi il suo decremento è esponenziale. Vuole dire che alla distanza di 5 metri un lampo flash arriva con una luminosità di 64 volte inferiore alla luminosità a cui arriva alla distanza di 1 metro. Per la maggior parte degli apparecchi flash questo si traduce in una totale inefficacia su distanze oltre i 7 e l'8 .

In secondo luogo, il lampo flash introduce una variazione nella temperatura del colore percepita sugli oggetti dalla luce flash, rispetto agli oggetti esposti alla luce disponibile della scena,il colore della temperatura, raccolto dalla macchina non sarà mai fedele alla rappresentazione cromatica presente nella scena originale.

Tuttavia avete dovuto impostare la macchina su una combinazione tempo di apertura/diaframma/ISO che mi permettesse di calibrare la luminosità sulla base degli elementi sullo sfondo.

In alcuni casi il fotografo, trasforma la limitazione della latitudine di posa in un fattore che serve alla realizzazione di opere, ad esempio nell' un uso del bianco e nero dove si privilegiano i forti contrasti tra luci ed ombra, per conferire agli scatti effetti volutamente Creativi.

La temperatura cromatica

Ogni tipo di luce possiede una sua "temperatura di colore" che viene misurata in gradi Kelvin. Dividendo un milione per la temperatura cromatica espressa in gradi Kelvin si ottengono i valori mired (MIcro REciprocal Degrees), secondo la formula vm = 1000000 / K

La tabella che segue illustra la corrispondenza tra gradi Kelvin e mired.

Gradi Kelvin, gradi mired, cielo azzurro
10000 e più 100
9500 105
9000 111
8500 117 foschia illuminata dal sole
8000 125
7500 133
7000 143 cielo coperto
6500 154 tubo fluorescente
6000 167 sole a mezzodì
5500 178 lampeggiatore elettronico
5000 200 luce diurna
4500 222 flash a bulbo
4000 250 luce luna piena
3400 294 lampade survolate
3200 312 lampade alogena
3000 333
2500 400
2000 500 lampada domestica a filamento
1500 666 luce della candela


Il colore CMYK

CMYK è l'acronimo per Cyan, Magenta, Yellow, BlacK; è un modello di colore detto anche di quadricromia , la lettera K sta per il nero.

Nella stampa, si usa un procedimento di separazione dei colori per produrre tante diverse immagini quanti sono gli inchiostri usati. CMYK Sono i colori dei quattro inchiostri usati in tipografia e nelle stampanti a colori.
I colori che otteniamo con la quadricromia (sintesi sottrattiva) sono un sottoinsieme della gamma visibile, quindi non tutti i colori che vediamo possono essere realizzati con la quadricromia, così come non tutti i colori realizzati con l'insieme RGB (RED GREEN BLUE) cioè quelli che vediamo sui nostri monitor (sintesi additiva) hanno un corrispondente nell'insieme CMYK.

Quando sono sovrapposti nelle diverse percentuali, i primi tre possono dare origine quasi a qualunque altro colore. Ma il 100% di tutte e tre le componenti (CMYK 100,100,100,0) non genera il nero, bensì il bistro, colore simile a una tonalità di marrone molto scura. Perciò nei processi di stampa si è aggiunto l'inchiostro di un quarto colore per avere il nero pieno (CMYK 0,0,0,100).

La differenza con il formato RGB ( colore-addittivo ) dove ogni valore rappresenta quanta luminosita da aggiungere al nero per quella componente, nel formato CMYK ogni componente rappresenta la quantità di inchiostro che toglierà luminosita alla carta ,che è bianca.

Il colore RGB

RGB è il nome di un modello di colori le cui specifiche sono state descritte nel 1931 dalla Commission Internationale dell'Enclairage. Tale modello di colori è di tipo additivo e si basa sui tre colori Rosso (Red), Verde (Green) e Blu (Blue), da cui appunto il nome RGB, da non confondere con i tre colori primari: Rosso, Blu e Giallo. Questo modello viene usato nel digitale per trasmettere immagini a colori.
Un'immagine può infatti essere scomposta, attraverso filtri o altre tecniche, in questi colori base che, miscelati tra loro, danno quasi tutto lo spettro dei colori visibili, con l'eccezione delle porpore.

Più specificamente i 3 colori principali corrispondo a forme d'onda (radiazioni luminose) di periodo fissato. A una lunghezza d'onda di 700 nm corrisponde il rosso, a 546.1 nm il verde, a 435.8 nm il blu.

L'RGB è un modello additivo: unendo i tre colori con la loro intensità massima si ottiene il bianco (tutta la luce viene riflessa). La combinazione delle coppie di colori dà il cìano, il magenta e il giallo.

In uno schema RGB , per ciascun PIXEL di una immagine il colore viene memorizzato registrando separatamente i valori di intensita' delle sue componenti cromatiche fondamentali ( colore-additivo ): Rosso, Verde e Blu.

Ciascuno di tali valori puo' essere memorizzato con una Risoluzione Cromatica piu' o meno dettagliata.

Usando solo 5 bit per valore per componente, avremo il Formato RGB16 ( 5 bit di rosso, 5 di verde, 5 di blu ed 1 bit inutilizzato) dove ogni PIXEL e' registrato in una Word .

Usando 8 bit (1 byte) per componente avremo RGB24 (tre Byte per PIXEL ) o RGB32 ( 4 Byte ).


L'immagine test

Se volessimo avere una idea della calibrazione del monitor e della stampante non ci resta che acquistare un calibratore , se invece abbiamo scarsa disponibilità e della pazienza potremmo provare a realizzare la tavola di 24 quadrati di McCamy.

Questa tavola contiene sia una scala di colori di grigio , dal bianco al nero che i colori di base dell RGB quanto il CMYK.

Per realizzarla con un programma di grafica costruite una griglia con ventiquattro celle 6 X 4 e riempite le celle con il secchiello avendo impostato i valori su RGB, la tabella è la seguente :

scacchiera Color Checker
115-80-64 195-151-130 94-123-156 88-108-65 130-129-177 100-190-171
217-122-37 72-91-165 194-84-98 91-59-107 160-188-60 230-163-42
46-60-153 71-150-69 177-44-56 238-200-27 187-82-148 -49-135166
243-242-237 201-201-201 161-161-161 122-122-121 83-83-83 50-49-50

dovrebbe assomigliare a questa


Stampatela e dovreste avere nell'ultima cella in basso a sinistra il bianco , nell'angolo opposto in basso il nero in mezzo i vari grigi, nelle altre celle gli altri colorirosso verde giallo etc. etc.




Luminosità , contrasto , Tinta , saturazione

La luminosità la definiamo come la chiarezza o scurezza del colore.

Il colore complementare è quello opposto a quello principale sul cerchio cromatico ; se noi incrementiamo il colore complementare il colore il colore principale diventa meno vivace , se diminuiamo il colore complementare il colore principale diventa più intenso.

Il contrasto è definita in gradi di differenza tra colori più scuri e colori più chiari.

La tinta la definiamo il nome del colore rosso , blu , giallo ; esistono diversi metodi per rappresentarlo ma il cerchio che rappresenta tutte le tinte è quello più immediato ; esiste tra i tanti metodi quello di Munsell che è un solido sferico e partendo dal centro per meglio comprenderlo, immaginiamo il raggio della sfera con la saturazione , il diametro con il cerchio cromatico , l'altezza con la luminosità.

La saturazione con la vivacità del colore da un lato più scuro e via via che si estende aumenta la luminosità della sua tinta.


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Calcolo_del_numero_guida_di_due_o_più_lampeggiatori..


Come noto, il numero-guida (NG) di un lampeggiatore elettronico (convenzionalmente calcolato per un'emulsione di 100/21° ISO) è dato dalla formula NG = d × f dove d è la distanza flash-soggetto (non obiettivo-soggetto!) e f è l'apertura relativa impostata.
Se si vuole conoscere quale diaframma impostare per illuminare correttamente un soggetto posto a una certa distanza, basta riscrivere l'equazione ponendo f come incognita: f = NG / d Esempio: un lampeggiatore con numero-guida 45 deve illuminare un soggetto posto a tre metri di distanza.
f = 45 / 3 = 15, che è il diaframma da impostare (approssimabile a 16). Questo è il banale calcolo su cui si basano i regoli e le tabelline applicate alle carrozzerie di tutti i lampeggiatori tanto manuali quanto automatici.
Quando però si utilizza più di un lampeggiatore non è possibile affidarsi alle tabelline e ai regoli calcolatori, ma occorre usare il proprio cervello. In realtà basta applicare una formula semplicissima, che guarda caso (e non è un caso) ricorda il teorema di Pitagora: NG = v(NG1² + NG2²) dove NG è il numero guida risultante dall'unione dei due lampeggiatori, NG1 e NG2 sono, rispettivamente, i numeri guida dei due lampeggiatori.
Esempio: quale sarà il NG risultante dall'unione di due lampeggiatori aventi, rispettivamente, un numero guida pari a 45 e a 60?

NG = v(45² + 60²)
NG = v(2025 + 3600)
NG = v5625 = 75.



Che cosa sono i pixels e i DPI

Faccio una premessa, questo articolo è insufficiente per eliminare molti dubbi che affliggono i principianti, vuole essere soltanto una guida iniziale, per spronarvi ad approfondire meglio l'argomento pixel della fotocamera .

La domanda che occorre porsi prima di acquistare una macchina fotografica è: quanti pixel deve avere? Pixel è la contrazione di picture element (ingl.)e consiste in un singolo punto che posti su una griglia tipo il formato 640 X 480 andrà a definire l'immagine sullo schermo. Il numero di bit usati per rappresentare ciascun pixel determina la quantità di colori che possono essere visualizzati per ciascun pixel. Ogni pixel ha la sua luminosità e colore, tipicamente rappresentate da una tripletta di intensità di rosso, verde e blu.

Per determinare la dimensione del file, dopo lo scatto, ad ogni colore primario attribuiamo 8 bit, che rappresenta il numero di bit per pixel (BPP) il calcolo da effettuare è il seguente: 640 X 480 pixel con otto bit per colore si ha : 307.200 X 8 X 3 = 921 k o 0,9 milioni di pixel. Ad una risoluzione di 1600 X 1200 riproducendo i tre colori primari ad 8 bpp, corrisponderà ad 15.000.000 di pixel circa 15 mega byte. e se il bpp fosse di ,16 bpp (65.536 colori), 24 bpp (16.777.216 colori).

Anche le fotocamere digitali adottano questo sistema per identificare la qualità dello scatto, i megapixel, di risoluzione, rappresentano il numero dei punti che costituiscono l'area della fotografia. Per esempio, una macchina fotografica che scatta foto da 2500 pixel di lunghezza e 2000 pixel di altezza, essa sarà definita come una 5 megapixel (2500 X 2000 = 5.000.000). Ma perché non definiamo le immagini in centimetri?

Tutto questo serve a poco perchè la qualità di una stampa è data non solo dalla sua risoluzione (normalmente misurata in numero di punti per pollice = dpi), ma anche da numerosi altri fattori, carta e inchiostri. Si parla anche di pixel/pollice, la traduzione letterale è “punti per pollice” e rappresenta il numero dei punti o pixel, in cui viene divisa la lunghezza di un pollice 2,54 cm. infatti se prendiamo un'immagine da 360 X 360 pixel, a 72 dpi di risoluzione sarà grande 12 cm X 12 cm, ma a 300 dpi (risoluzione fotografica) sarà grande 3 cm X 3 cm e con la stessa qualità.

Per intenderci, se abbiamo un' immagine a 72 dpi, sulla misura lineare di un pollice, (tipica risoluzione delle immagini web) grande 12 X 12 cm, significa che i due lati saranno lunghi 72 punti per ogni 2,54 cm.

Comunemente un file destinato alla stampa deve avere un valore espresso in dpi (dot per inches - punti per pollice), per essere più espliciti un file di 1600 X 1200 pixel alla risoluzione di 360 dpi ci fornirà una stampa di : 1600:360 = 4,4 pollici ( un pollice corrisponde ad 2,54 cm. ) = 11 cm il lato lungo, il lato corto sarà 1200:360 = 3 pollici = 8,5 cm

•Fotografie da album o per la pubblicazione su riviste patinate: qualità alta (300 dpi)
•Fotografie per la pubblicazione su rotocalchi: qualità medio-alta (200 dpi)
•Fotografie per la pubblicazione su rotocalchi: qualità medio-bassa (150 dpi)
•Fotografie per la pubblicazione su quotidiani: qualità bassa (90 dpi)
•Fotografie per la visualizzazione su schermo: qualità molto bassa (convenzionalmente 72 dpi)
Le cose non sono così complicate, dato che le dimensioni della stampa vengono date in centimetri, mentre la risoluzione della stampante è espressa in dpi. Il calcolo da fare lo abbiamo visto prima, non è complesso: si prende una dimensione in centimetri, la si divide per 2,54 (per trasformarla in pollici) si moltiplica il risultato per la risoluzione di stampa che si intende adottare. Il risultato di questi calcoli esprime il numero di punti corrispondenti che l'immagine digitale deve avere perchè dia la dimensione prefissata con la qualità desiderata.

Se il formato della stampa deve essere 10x15 cm e se la qualità deve essere alta (300 dpi), bisogna fare le seguenti operazioni:

10/2,54*300 = 1181 pixel 15/2,54*300 = 1772 pixel

ossia si deve partire da un'immagine digitale di 1181x1772 pixel per ottenere il risultato prefissato.

Il fattore di moltiplicazione

Quando si parla di reflex digitali sentiamo che hanno un fattore di moltiplicazione di 1.3 oppure 1.5 , 1.6. questo fattore di moltiplicazione potremmo sintetizzarlo nelle più ridotte dimensioni del sensore formato leica o 24 X 36 della pellicola.

Nella pratica il sensore è più piccolo nelle dimensioni del 24 X 36 . Il formato più conosciuto è il sensore Aps-h che misura 28.7 X 19.1 , il sensore Aps-C 23.7 X 15.6 e il sensore 4 / 3 che misura 18 X 13.5 , da questo calcolo sono esclusi i telefono cellulari troppo piccoli per una fotografia che si rispetti.

Il fattore di moltiplicazione influisce sulla focale della macchina fotografica perchè l'angolo di campo dell'obiettivo varia al variare del fattore di moltiplicazione. In pratica un obiettivo da 25 mm sul formato Aps (1.3) corrisponderà ad una focale di 32.5 mm ( 25*1.3 = 32.5 mm).

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