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castelli enna

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L'ICCD è stato istituito con il D.P.R. n. 805 del 3.12.1975 che ne ha determinato le funzioni e la struttura operativa in un quadro organico con l'ordinamento e le competenze degli altri Istituti del Ministero per i Beni e le Attività Culturali: Restauro, Catalogo Unico delle Biblioteche, Patologia del Libro.

L'ICCD, attraverso la sua organizzazione in servizi tecnici e laboratori, realizza progetti ed attività coerenti con le due fondamentali ed interrelate missioni istituzionali: la Catalogazione e la Documentazione del patrimonio artistico e culturale nazionale.

ICCD
Istituto Centrale per il Catalogo e la Documentazione
Via di San Michele, 18
00153 Roma
Telefono: +39 6 585521
Fax: +39 6 58332313
Sito Internet: www.iccd.beniculturali.it


 

Le origini del castello non sono documentate; la prima attestazione indiretta della sua probabile esistenza è del 1133.
XIII (1282) - allo scoppio dei Vespri vi fu assediata la guarnigione angioina;
ultimo fortilizio a cedere le sue armi, ricorda ancora la sua decennale resistenza agli attacchi degli Angioini con la scritta Quod Siculis placuit, sola Sperlinga negavit (ciò che piacque ai Siciliani, solo Sperlinga lo negò).

Il complesso architettonico ha perso la sua integrità nel 1914 quando fu demolita la maggior parte delle fabbriche.
La chiesa è stata ricostruita nel 1995. Il castello non presenta planimetria unitaria né regolare. I molti corpi di fabbrica che lo costituiscono sono distribuiti su diverse quote.
Presenta pianta oblunga di circa 200 m di lunghezza per 15 di larghezza; in cima alla rupe, alta circa 70 m dal calpestio di piazza Castello, le dimensioni del corpo superiore risultano alquanto ridotte (m 40 x 7 ca.).
L’assetto strutturale, formato da opere murarie e ambienti rupestri evidenzia particolari e ricercate soluzioni architettoniche e costruttive capaci di sfruttare le preesistenti strutture rupestri e di farle coesistere con le opere murarie realizzate. Il corpo principale costruito direttamente sulla roccia come tutte le altre fabbriche, ha pianta rettangolare; in basso si trova un vestibolo con corridoi d’accesso e in prima elevazione le “stanze baronali”. Esternamente il corpo d’ingresso è caratterizzato da un lungo muro, in alcune parti munito di contrafforti e forato da una serie di aperture di epoche diverse poste nel secondo ordine. Sul prospetto principale che guarda la sottostante piazza è collocata la bifora citata di epoca trecentesca, due finestre e il portale di un balcone con stipiti e mensole in pietra riferibili agli interventi di ristrutturazione seicentesca.
La parte ovest del castello ricorda la prua di una nave. Sul piano di calpestio roccioso si trova, nella parte posteriore, la chiesa formata da tre vani in successione secondo l’asse ovest-est. In origine l’asse doveva essere quello nord-sud; è presente infatti un altare con nicchia circolare posto di fronte l’ingresso attuale. Per la grande eterogeneità delle strutture e per la loro irregolare distribuzione spaziale, si descriverà di seguito partitamene ciascun elemento costitutivo.
Corpo ingresso e stanze “baronali”.
Attualmente l’ingresso al castello è caratterizzato da una rampa gradonata realizzata negli anni ‘70 con pietrame locale calcareosiliceo.
Si accede tramite una passerella in calcestruzzo che ha sostituito il ponte levatoio dell’edificio medievale di cui sul prospetto sono visibili le mensole di sostegno e le lunghe feritoie dove scorrevano gli argani.
Oltrepassato il portale ogivale, vi è un primo vano con volta in pietra ricostruita recentemente (2000); segue un secondo vano coperto anch’esso da una volta di mattoni di cotto; la pavimentazione è ricavata direttamente sulla roccia.
Sul corpo dell’ingresso sono presenti due sale prive di copertura e di uno dei muri perimetrali. La sala più ampia è dotata di tre aperture poste sulla facciata sud, risalenti ai lavori di ristrutturazione del sec. XVII. La sala minore è decorata dalla bifora trecentesca posta sulla facciata che guarda il borgo.
Ambienti rupestri dell’ala est.
Alla stessa quota delle stanze ora descritte, scavate nella roccia, si estende per circa 100 m verso est un ambiente ipogeo con copertura piana; costituiva la cavallerizza del castello. Seguono le prigioni e infine due vani di servizio, un tempo abitazioni. Alcuni piloni di roccia che sostenevano la volta dell’ipogeo sono stati demoliti intorno agli anni ‘50 e in seguito sostituiti con pilastrani in blocchi di pietra intonacati. Nella parte mediana dell’ambiente si apre un corridoio che conduce all’esterno tramite la “porta falsa”.
Accanto al luogo ove erano le celle della prigione si nota, ricavata nel masso, una cappa di aspirazione tronco-conica funzionale ad un focolaio.
Cisterne.
Le cisterne scavate nella roccia sono localizzate all’interno di una stanza che si affaccia sul cortile del castello. La raccolta delle acque meteoriche avveniva attraverso una serie di canalette di convogliamento.
Chiesa e ambienti adiacenti.
La chiesa posta sul lato ovest è stata interamente ricostruita sui suoi ruderi. Presenta una successione di 3 vani disposti secondo l’asse est-ovest; si notano tracce della pavimentazione seicentesca in formelle di terracotta smaltata dismessa in occasione della recente ricostruzione (1995). A fianco della cappella, sul lato ovest, sono collocati altri due ambienti, anch’essi ricostruiti: il primo presenta un accenno di scala ricavata all’interno del muro perimetrale, il secondo presenta due forni in pietra e terracotta e una serie di “fornelli”.
Sale ovest e ambienti ipogei.
Nell’ala ovest abbiamo ancora una serie di ambienti ipogeici comunicanti tra di loro, posti al di sotto del piano di calpestio. Nello spazio antistante la chiesa, sul piano di calpestio si notano dei fori, circolari alcuni, ellittici altri, protetti da ringhiere di ferro che corrispondono ciascuno ad un vano rupestre posto in basso.
La parte più occidentale del castello è occupata da una serie di quattro sale con pavimento e parte dei muri perimetrali ricavati nella roccia, il resto edificato. Il primo ambiente, il più grande, presenta due fori che corrispondono ad altrettanti ambienti sottostanti scavati, presumibilmente, in epoche remote. Dalla seconda stanza si accede alla superiore terrazza tramite una scala in ferro.

Gli storici la ricordano come l’ultima tra le città siciliane a resistere ai Vespri Siciliani contro la dominazione degli Angioini; i visitatori non la dimenticano per via di quel suo straordinario, misterioso, affascinante castello, le cui prime notizie si hanno a partire dal 1132. Non c’è dubbio, però, che le sue “stanze” siano state abitate fin dalla preistoria: il castello infatti, si sviluppa quasi interamente all’interno di una rocca arenaria, lasciando svettare contro il blu del cielo di Sperilnga le mura merlate e la torre. E pur essendo il paese un piccolo gioiello di urbanistica, con un borgo rupestre che va scoperto metro dopo metro, ci piace dedicare questo spazio proprio al cestello, il cui accesso è garantito da quello che doveva essere il ponte levatoio che, in tempi medievali, conduceva prima ad una porta cieca (che, una volta aperta, avrebbe spalancato sotto ai piedi dei nemici un burrone profondissimo) e solo un po’ oltre a tutta la serie di ambienti e stanze che si susseguono all’interno della montagna. E dopo aver cercato la spiegazione più affascinante per la sala circolare dalle dodici nicchie, l’avventura non può dirsi conclusa se non salendo fino alla torre, da cui è possibile osservare un panorama indimenticabile.

Sperlinga

Denominazione: Castello di Sperlinga; castrum Sperlingae
Comune: Sperlinga - Provincia: Enna
Ubicazione: Centro abitato. Via Castello 1
Proprietà attuale: pubblica (Comune)
Uso attuale: Monumento aperto al pubblico e visitabile.

www.comune.sperlinga.en.it


Le origini del castello detto “di Lombardia”non sono note attraverso documentazione scritta. Già in età bizantina la roccaforte di Enna  appare divisa fra un “castello” ed un “borgo”. Non è però possibile identificare con certezza questo fortilizio bizantino (o la parte più difesa dell’intera città) con l’area del castello, anche se ciò appare certamente probabile. In età normanna il castello di Enna è documentato già nel 1145, quando si parla delle decime de balio et de Lombardia que sunt de cappella castelli :
il toponimo “Lombardia” risale quindi ad età normanna ed è dovuto senza dubbio allo stanziamento di una colonia nord-italiana ad Enna ed in particolare nell’area prossima al castello.
Nessun documento prova la costruzione o piuttosto la ricostruzione del castello nell’età di Federico II, mentre il cronista noto come Nicolò Jamsilla parla della distruzione e ricostruzione del castrum di Enna (senza ulteriori specificazioni) negli anni di
Manfredi (Jamsilla, col. 587). Inutile sottolineare quanto pericoloso sia dare totalmente credito, per fatti analoghi, ai cronisti medievali anche quando parlano di distruzioni radicali.
Alcuni scrittori ed eruditi siciliani fra Settecento e Ottocento ne attribuirono la costruzione a Federico II. Lo storico dell’arte francese Enlart ritenne invece il castello “di Lombardia” una realizzazione d’età angioina: un’ipotesi - decisamente inficiata da nazionalismo
- che non ha trovato alcun seguito. Giuseppe Agnello, nel suo celebre studio del 1935, ritenne il castello, nella sua attuale facies, un monumento dell’attività costruttiva di Federico II, pur in assenza di qualsiasi appiglio documentario in tal senso e sulla base uni-
Itinerari culturali camente dell’analisi stilistico-costruttiva.
La successiva critica non si è però trovata unanimemente d’accordo su tale datazione. Bruschi e Miarelli Mariani mantennero un salutare dubbio circa la portata dell’eventuale intervento costruttivo o ricostruttivo d’età sveva. Bellafiore ipotizza origini islamiche
per l’intero complesso ma data all’età normanna la “torre pisana”.
Per Cadei, invece, il castello “di Lombardia” è “il più potente ed il più munito dei castelli federiciani”. Anche Alberti, seguendo Agnello, ha ritenuto che nessun elemento e nessuna parte del castello possa “ragionevolmente attribuirsi ad un periodo che precede
l’età bizantina”.
La complessità del monumento, la varietà delle sue parti, la grande differenza nelle apparecchiature murarie e la presenza ben visibile di numerosi inserti e interventi restaurativi di varie epoche consiglia, in attesa di uno studio esaustivo del complesso, grande
prudenza. L’ipotesi che qui si prospetta con ogni cautela è quella di una lunga storia costruttiva con molteplici fasi e continui restauri ed adeguamenti: si ritiene comunque che l’attuale aspetto del complesso sia da ascriversi ad interventi susseguitisi fra l’epoca normanna e l’età di Federico III d’Aragona. In questa lunga durata non è agevole isolare con certezza parti attribuibili all’attività edificatoria di Federico II di Svevia. Piuttosto, sulla scorta di Jamsilla, si può ipotizzare che il castello abbia conosciuto un importante episodio costruttivo sotto Manfredi.
È molto verisimile, come già ipotizzato da Agnello, che la decadenza del castello inizi nel XV secolo, quando, pacificata la Sicilia sotto la dinastia dei Trastamara, furono soprattutto i castelli e le fortificazioni costiere a mantenere grande importanza militare. Nel Settecento il castello “di Lombardia” è già parzialmente in rovina ; nel 1818 prese fuoco un deposito di polveri ma senza gravi conseguenze. Nel 1837 Ferdinando II di Borbone lo giudicò militarmente inservibile.
Dopo un temporaneo utilizzo come prigione, il castello è descritto in pieno sfacelo nel 1887 (ibidem). Negli anni ‘30 del XX secolo il primo cortile fu trasformato in teatro all’aperto inaugurato nel 1938 con l’Aida, mentre vaste cisterne idriche furono ricavate sotto
il “cortile delle vettovaglie”. Durante la guerra vi furono acquartierati contingenti militari. Nel dopoguerra, a partire dal 1951, subì pesanti interventi conservativi e di ripristino. Altri interventi furono realizzati dopo il 1959 (Fidelio 1998, p. 770). Attualmente sono in
corso indagini e lavori preliminari al restauro.

Il vasto complesso fortificato consta essenzialmente di una cinta esterna a pianta irregolamente poligonale con sei torri superstiti.
Con le sue dimensioni, il castello di Lombardia è, insieme al castello di Lucera, il più grande castello medievale d’Italia (si escludono, ovviamente, i perimetri murari urbani) e certamente uno dei più grandi d’Europa. La cinta racchiude infatti una superficie di ca.
26.600 mq suddivisa in tre cortili divisi da cortine murarie e comunicanti solo tramite porte interne. Una sorta di quarto cortile, di perimetro rettangolare assai stretto e allungato, è creato dall’esistenza di un lungo antemurale a difesa dell’ingresso principale
aprentesi sul lato ovest. Alle torri di cortina si aggiungono altre quattro torri interne, poste in corrispondenza di punti chiave delle mura che delimitano i tre cortili. il mastio del castello, la “torre pisana” si trova all’interno del terzo cortile, a cavaliere fra questo ed il
primo, già trasformato in teatro all’aperto. Non è superfluo ripetere che la presenza dei tre cortili “assicurava una difesa a sezioni separate, utile in caso di espugnazione di uno dei settori” .
Dall’atrio stretto ed allungato si accede al primo cortile (detto di San Nicolò o “degli armati”) attraverso un portone ogivale aprentesi sul fronte occidentale (a). Questa prima corte ha pianta assimilabile ad un trapezio isoscele. Il secondo cortile, il più vasto dei tre
(detto di Santa Maddalena o “delle vettovaglie”), accessibile dal primo mediante la “porta della catena” (b), ha pianta di poligono irregolare allungato in senso sud est-nord ovest. All’estremità settentrionale del secondo cortile si apre una postierla (in siciliano
porta fausa). Quasi all’altezza di quest’ultima si innesta alle mura perimetrali esterne il muro interno, protetto da due torri, che isola il terzo cortile. Anche quest’ultimo (detto di San Martino), il più piccolo dei tre, ha pianta di poligono fortemente irregolare. Qui Paolo
Orsi rinvenne silos scampanati scavati nella roccia, una chiesetta medievale, tombe probabilmente d’età islamica, mentre alcune altre sepolture sono state messe alla luce da interventi archeologici più recenti. Sull’angolo ovest del cortile si innalza la “torre pisana”,
il mastio della cittadella. A pianta leggermente trapezoidale, si erge sul punto più elevato del rilievo con linee purissime e taglienti, tanto da dare l’impressione di un edificio parallelepipedo su base regolare. All’interno la torre presenta attualmente un piano terra altissimo coperto da un solaio ligneo ripristinato su mensole litiche originarie. Una scala snodatesi lungo le pareti interne e con due rampe finali ricavate negli spessori murari conduce al secondo livello coperto da volta a crociera. Un’ultima rampa di scale, per metà alloggiata negli spessori del muro, porta alla terrazza la cui merlatura è di ripristino.
Appena sotto la “torre pisana” esistono le rovine di un’aula a pianta rettangolare molto allungata, scandita originariamente da almeno quattro arcate mediane di cui rimangono solo le imposte incassate direttamente negli spessori murari. La sala era illuminata da una serie di strette feritoie aprentesi sul muro occidentale: al di sopra di queste corre una fila di mensole in pietra destinate in origine a sorreggere il solaio ligneo che divideva il piano terra da un primo piano.
Il castello, quindi, alla zona dei due cortili maggiori, utili all’occorrenza per l’accasermamento di grossi contingenti di armati con tutto il materiale necessario ed il ricovero della popolazione, univa una parte interna, più difesa ed isolata, ove l’edificio a pianta rettangolare appena descritto poteva offrire anche a ospiti reali una comoda residenza (il palazzo a pianta rettangolare), resa ulteriormente sicura dalla prossimità della “torre pisana”.

Torre di Federico

Descrizione
La torre è un perfetto prisma ottagonale con larghezza massima m 17, lati di m 7,05 ed altezza attuale (la torre è capitozzata) di m 27 ,30; l’esterno è realizzato in apparecchiatura di blocchetti calcarei regolari alti ca. 25 cm. Alla distanza di 21 m la torre è circondata
da una cinta muraria anch’essa a pianta ottagonale della quale si sono conservati solo alcuni tratti. Delle otto facce del solido geometrico solo due appaiono totalmente cieche. Le altre sono animate da monofore e feritoie (sette sono allineate verticalmente lungo tutta la parete in corrispondenza dell’originaria scala a chiocciola interna) e da due ampie e bellissime finestre con cornici a bastoni spezzati che si aprono al piano nobile rispettivamente sul lato nordnord ovest e sul lato sudsud est.
L’accesso all’interno è possibile mediante una porticina archiacuta al piano terreno (lato sud-sud est) ma doveva avvenire normalmente mediante una porta aprentensi in corrispondenza della scaletta interna, fra la seconda e la terza feritoia, alcuni metri in elevato rispetto al piano di calpestio. All’interno la torre è suddivisa in tre piani, l’ultimo dei quali tronco e privo di più di metà dell’elevato e quindi della copertura. il piano terreno è costituito da un’unica stanza ottagona illuminata da tre monofore strombate e coperta da volta ad ombrello con costoloni ad angolo abbattuto poggianti su mensole a piramide rovesciata con cornice, scozia fra due tori, listello abaco e peduccio. Sotto il pavimento si apriva una cisterna. Si ripete all’interno il paramento in blocchetti tendente all’isodomia.
La scala a chiocciola di collegamento con il primo piano è inserita negli spessori delle pareti ovest-sud ovest; scomparsa nel XVIII secolo la scala originaria, essa è stata ricostruita in calcestruzzo.
L’ambiente del piano nobile è realizzato in analogia con il piano terra: è un vano ottagonale con volta ad ombrello costolonata poggiante però, questa volta, su semicolonne con basi ioniche e capitelli – molto rovinati – a foglie. L’ambiente è illuminato dalle due grandi finestre con cornici a bastoni; questo tipo di decorazione, che nel passato aveva fatto datare queste aperture al XV secolo, si ritrova in realtà come segnalato di recente da Bellafiore – anche a Castel del Monte e può quindi rientrare nel repertorio decorativo dell’architettura sveva. Nel lato nord-nord est è ricavata, in un ambiente a gomito, una latrina.
Il vano della terza elevazione, anch’esso ottagonale e accessibile sempre mediante la scaletta a chiocciola, si presenta cimato ad un’altezza di circa 3 m. La presenza dell’imposta nascente di quattro costoloni disposti secondo i punti cardinali permise ad Agnello di ipotizzare una copertura a volta emisferica con oculo vuoto al centro: il recente ritrovamento della serraglia fra le macerie del piano semidistrutto fa però escludere l’ipotesi affascinante di un ultimo piano aperto a mo’di specola. È indubbio il fascino di questo edificio costruito in quello che era considerato il centro della Sicilia e con pianta ottagonale, com’è ben noto, dalla forte valenza simbolica.
Evitando in questa sede qualsiasi possibile speculazione su questo aspetto del monumento, si sottolinea soltanto come donjons ottagonali o comunque poligonali siano relativamente frequenti in Francia, Inghilterra, Germania ed in particolare nel Kernland degli Staufen, l’Alsazia fra XII e XIII secolo. Si ritiene che gli influssi orientali siano, nel torrione di Enna, inesistenti. Esso è piuttosto uno splendido donjon di tipo nordico piantato quasi nel centro geografico dell’isola.
L’ambiente naturale, lo stesso clima di Enna esaltano ancora di più, per molti giorni l’anno, il fascino settentrionale della torre.
Immersa spesso nella nebbia, a volte visibile solo a distanza di pochi metri, essa è realmente un frammento di Europa gotica caparbiamente ancorato all’acrocoro roccioso di Enna.


Enna

Denominazione: Castello “di Lombardia”; castrum Castri Johannis; castrum vetus
Comune: Enna
Provincia: Enna
Ubicazione: Centro urbano. Largo Castello di Lombardia
Proprietà attuale: Pubblica (Demanio, in uso al Comune)
Uso attuale: Monumento aperto al pubblico

Denominazione: Torre “di Federico”; turri grandi; regium solacium; turris sive castrum novum; regia domus
Comune: Enna - Provincia: Enna - Ubicazione: Centro urbano. Via Torre di Federico
Impianto planimetrico: Torre ottagonale circondata (a m 21 di distanza) da una cinta muraria della stessa pianta
Proprietà attuale: pubblica (Demanio, in uso al Comune).
Uso attuale: l’area è aperta al pubblico ma la torre non è normalmente visitabile all’interno.


Castello Aragonese del 1390 . La fortezza fu voluta dall'allora Re di Sicilia Martino I il Giovane da una parte per scopi prettamente difensivi, e quale sede per un suo preposto; essendo infatti un castello demaniale, la nomina del castellano era riservata al re. Dal 1438 in poi non si hanno più notizie storiche riguardo il castello fino al 1812, data in cui fu varata la legge di soppressione delle castellanie e la fine del sistema feudale. Dopo tale data il castello venne adibito a carcere. Da pochi decenni è passato in mano a privati. Dal punto di vista prettamente architettonico il castello Aragonese appare piuttosto tozzo e poco slanciato; questo perché mancante dell'ultimo piano. Della sua costruzione trecentesca rimangono solo alcune tracce delle fondazioni. La pianta è quadrangolare, ai cui angoli sono poste quattro torri anch'esse quadrangolari. L'unico portale è quello rivolto a sud, il fianco meridionale risulta l'unico lato spezzato nella sua continuità da finestre e merli, le restanti superfici murarie si presentano liscie e prive di aperture. Quando fu adibito a carcere il castello fu oggetto di modifiche soprattutto nella parte interna.

Castello di Pietratagliata di Aidone, conosciuto anche come Casteddu di Gresti. La fisionomia del castello di Pietratagliata si inquadra splendidamente nella singolare cresta rocciosa in cui si staglia. Anche da una sommaria visione d’insieme si percepisce subito la contemporanea presenza di svariate strutture che si sono sovrapposte ed affiancate nel corso dei secoli: grotte che furono abitazioni preistoriche, la fortezza di avvistamento e segnalazione ed infine l’ulteriore ampliamento del complesso edilizio, cioè i magazzini e le rustiche abitazioni di quella che era ormai divenuta una feudale “masseria fortificata”. L’ingresso al castello é ubicato in prossimità di una stretta curva della strada che collega Raddusa e Valguarnera.
Giunti davanti all’entrata del castello, ci si trova all'inizio di una stretta doppia piega che evitava a chi cercasse rifugio nel castello di diventare bersaglio delle frecce degli assalitori. Salendo la scaletta si accede al piano superiore del magazzino in cui si trova l'abitazione del massaro con annessa terrazza.
Dopo la curva a gomito, é ormai visibile la porta del castello. L'ultimo tratto del sentiero, intagliato nella roccia, é delimitato a sinistra dal muretto che fa da parapetto al profondo burrone sottostante ed a destra dal contrafforte roccioso che sorregge la torre. Si tratterebbe di un accorgimento che avrebbe costretto gli attaccanti di procedere con il fianco destro esposto alle frecce dei difensori.
Entrando dalla porta culminante con un archetto, si attraversa un corridoio sotterraneo ritrovandosi in una loggia , da cui è possibile affacciarsi sul dirupo. Si accede così in una grotta rettangolare  scavata nell'arenaria e munita di finestra, che é certamente stata un'abitazione preistoric. L'acqua perenne dell'urna e l'abbondanza di selvaggina nelle fitte foreste che allora ricoprivano il territorio devono aver attratto insediamenti umani sin dal paleolitico superiore.
Visto che la rampa d’accesso ai piani superiori non esiste più, è difficile proseguire la visita. Al primo piano si trova un ingresso, da cui si accede sia alla scala che conduceva al piano superiore sia ad una stanza piuttosto curata e munita di una finestra con i due sedili tipici dell’architettura medievale.
Attraverso la scala intagliata nella roccia che ci si ritrova in un che abbraccia l’intera larghezza dell’edificio.
Nell’estremità occidentale si trovano i resti di una finestra che si affacciava sullo strapiombo sottostante, mentre in quella  orientale, al termine del ballatoio si apriva una porta. Al centro del corridoio, una cisterna con tubazione di terracotta incassata nella roccia che serviva a convogliare l’acqua piovana raccolta da tetto. In questi locali si trovano i resti degli antichi fasti del castello: il portale d’accesso in lava lavorata, il volto sorridente scolpito sull’architrave e la volta con cupoletta ci rivelano la funzione nobile. L’attiguo ambiente  era dotato di una finestra. Da questa stanza si doveva accedere alla torre. Dal lato opposto si trova una caverna di forma allungata, dove si nota una scritta in latino che evoca il diavolo ed una sorta di affresco in bianco e nero rappresentante un misterioso personaggio dalla lunga barba bianca, coperto da un mantello simile a quelli in uso nel Cinque o nel Seicento.
Riprendendo la scala, percorrendo l’ultima rampa ci si trova sul punto più elevato della grande roccia.
Attraverso un portale si accede in quella che é stata forse la cappella del castello. Da qui si gode della splendida vista di Morgantina e di Aidone.
L’accesso alla terrazza della torre era consentito da una stupenda scala a chiocciola, realizzata in corso d’opera all’interno della torre e precisamente in  prossimità del suo spigolo di sud-est. Si accede alla scala da una porticina incastonata in un portale in lava terminante con una voltina del quale si è conservato lo stipite sinistro. Il vano scala è stato ottenuto da una perfetta sovrapposizione dei gradini che la compongono.

Il Castello di Gagliano Castelferrato è arroccato su una rupe rocciosa (650 m.), la Rocca, che sovrasta il centro abitato. Il nome Castelferrato fu aggiunto nel 1862 proprio perché il paese era dominato dalla fortezza detta appunto “di ferro”. La prima edificazione del castello risale probabilmente al XI sec. circa e acquisì notevole importanza quando Federico II lo scelse come sede privata. Per alcuni anni fu, infatti, sia residenza del monarca sia luogo di difesa contro le probabili congiure. Storia e leggenda avvolgono quest’affascinante fortezza che oltre ad essere stata abitazione di lusso fu anche luogo prettamente militare  (263 a.C). Scavato nella roccia, infatti, resistette per lungo tempo agli assalti dell’esercito arabo grazie alle solide mura e torri, a fossi e cisterne. All’interno della base rocciosa sono presenti anche canali di aerazione e illuminazione di grande architettura. L’arredamento stesso fu ricavato dalla roccia. Diversi furono i nobili al potere, dalla famiglia Centelles ai Castello fino al declino del mondo feudale.

 

Quanto oggi rimane del castello può suddividersi agevolmente in due parti, poste a livelli altimetrici differenti. La prima è costituita dalla cinta muraria inferiore che cingeva con un perimetro irregolare di ca. 350 m la sommità del monte. I resti più cospicui si trovano, come già accennato, sul lato ovest, e sono costituiti da parti della cortina intervallate da tre torri di pianta e dimensioni diverse.
La prima torre, posta sull’angolo sud-ovest della cinta  ha pianta di trapezio rettangolo.
Essa presenta all’esterno paramento regolare in blocchetti, totalmente differente dall’apparecchiatura incerta che caratterizza il tratto di muraglia che dalla torre prosegue in direzione nord. La torre si è conservata per una sola elevazione oltre al piano terra. I lati lunghi misurano rispettivamente m 12 e 10; quelli brevi m 8 e 6. Gli spessori murari variano leggermente, non superando comunque m 1,75. All’interno, il piano terreno era separato dal primo mediante un solaio ligneo testimoniato dai fori per le testate delle travi; il primo piano è coperto da una volta leggermente ogivale.
Il tratto di muro che dalla torre si dirige verso nord è lungo m 29,50 e spesso m 1,70. Sulla parte interna si addossava un edificio di cui esistono le fondamenta. A questo segmento di muraglia seguiva probabilmente l’accesso principale del castello, guardato da una torre a pianta ottagonale (“torre B” di Agnello) di cui sono rimaste, parzialmente interrate, solo le mura perimetrali del piano inferiore coperto da una volta emisferica. Anche questa torre, come la prima, non aggetta dal muro. Del primo piano sussiste solo un avanzo sui lati nord e nord/nord-est, ornato da una bella finestra strombata. La tecnica muraria del paramento della torre ottagonale riconduce a quella della torre trapezoidale.
A questa seconda torre segue una lacuna nel muro di cinta per la lunghezza di ca. m 26,50. Si incontra quindi una terza torre che la distruzione del muro di cinta ha lasciato completamente isolata.
Si tratta della torre N. della ricostruzione di Agnello e presenta pianta quasi quadrata (m 8,70 x 8), spessori murari di m 1,70. La torre sorge a cavallo di una scarpata naturale e pertanto il livello di base all’interno e quello all’esterno differiscono di ca. 5 m. La torre presenta un solo vano coperto da volta a botte spezzata ed illuminato, oltre che dalla porta, da due feritoie strombate.
Alla terza torre segue un’altra lacuna muraria lunga ca. 15 m, quindi alcuni ruderi relativi probabilmente ad una quarta torre posta sull’angolo nordovest della cinta esterna. Delle altre parti di quest’ultima, sui lati nord, est e sud-est sussistono solo pochi avanzi. Lo stesso può dirsi per la cinta interna che racchiudeva una sorta di mammellone posto al centro della spianata difesa dalla cinta esterna.
Dentro la cinta interna, oltre a scarsi avanzi di altre costruzioni, si conserva la chiesetta di San Filippo che nella sua facies attuale appare piuttosto recente, ed un vasto ambiente semisotterraneo coperto da volta a botte con arcane centrale di sostegno, quasi certamente una cisterna.

Agira

Denominazione: Castello di Agira; castrum Sancti Philippi de Argirò
Comune: Agira
Provincia: Enna
Ubicazione: Centro urbano
Proprietà attuale: pubblica (Comune)
Uso attuale: L’area del castello è aperta al pubblico

www.comune.agira.en.it


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